Ma esattamente che abbiamo fatto di male per meritarci il Festival di Sanremo?

La risposta deve ancor essere trovata mi diranno i pochi che come me non sopportano cos’è diventata questa trasmissione, no, non mi riferisco solo alle ultime edizioni, il concetto stesso è vecchio di almeno quarant’anni.
Ma facciamo un grande passo indietro e ricordiamo come è nato il Festival, fu nel 1951 la prima edizione ideata per rilanciare l’economia di Sanremo, devastata dalla guerra e senza un grande tessuto industriale da ricostruire, le primissime edizioni non furono esaltanti, ma lentamente il festival decolla ed inizia ad accumulare successi e critiche, nonostante queste i telespettatori non tardano ad arrivare ed anzi arrivano a toccare il picco assoluto di share nel 1987 (l’Auditel nacque a dicembre dell’anno prima), declinando poi lentamente (negli anni di Amadeus va però registrata una ripresa degli ascolti).

È cominciato ed è finito il Festival di Sanremo. Le città erano deserte; tutti gli italiani erano raccolti intorno ai loro televisori. Il Festival di Sanremo e le sue canzonette sono qualcosa che deturpa irrimediabilmente una società

Pier Paolo Pasolini su “Tempo Illustrato” nella rubrica “Caos” in un pezzo intitolato “Sanremo povere idiozie”

Partendo da queste critiche di Pasolini, vorrei introdurre una riflessione a quello che dovrebbe essere il principale aspetto caratterizzante il festival: la musica.
Forse vi sorprenderà sapere che l’argomento già dal 1951 è praticamente rimasto sempre identico, l’amore regna supremo, spulciando i vincitori si scopre, invero senza troppa fatica che tra la prima vincitrice Nilla Pizzi con “Grazie dei fiori” e l’ultimo vincitore Mengoni non corre poi cotanta differenza: si amano, si lasciano, uno manca all’altra o viceversa, uno cornifica l’altro o viceversa. Ovviamente diciamolo a bassa voce e fra di noi: dal 1951 di cose ne son successe e no, non viviamo da allora nel migliore dei mondi possibili immaginati da Liebniz.


Andiamo adesso ad analizzare due brani uno è il celebre “Zitti e buoni” dei Måneskin l’altro “M’importa una sega” dei C.S.I. (che sta per Consorzio Suonatori Indipendenti), ci tengo a farveli leggere così asciuttamente l’uno affianco all’altro, premettendo la diversità dell’argomento rispetto al “solito” amore e varianti.

CSI – M’importa ‘nasegaMåneskin – Zitti e buoni
Schizza la mente quando la si tende
Si contorce si espande
Se risucchiata ruggisce di dolore di piacere
Calore che irradia in onde rotonde
Calore che irradia in onde rotonde
Gelo verticale cunei sparati giù a frantumare
Gelo verticale cunei sparati giù a frantumare
Del resto mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene
Del resto mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Doma di bimbo doma di cavallo condizione dell’uomo
E non è facile sai
E non è facile mai
Probabili cadute su disastri annunciati
Connessioni smarrite tempi mal calcolati
L’apocalisse è quello che c’è già
Mistica Bio Meccanica
Eonica soap opera puntate quotidiane
Assegnate le parti corrono le comparse
Mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Mimporta ‘nasega sai
Ma fatta bene che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Che non si sa mai che non si sa mai
Tabula rasa elettrificata…
Loro non sanno di che parlo
Vestiti sporchi fra’ di fango
Giallo di siga’ fra le dita
Io con la siga’ camminando
Scusami ma ci credo tanto
Che posso fare questo salto
Anche se la strada è in salita
Per questo ora mi sto allenando
E buonasera signore e signori
Fuori gli attori
Vi conviene toccarvi i coglioni
Vi conviene stare zitti e buoni
Qui la gente è strana tipo spacciatori
Troppe notti stavo chiuso fuori
Mo’ li prendo a calci ‘sti portoni
Sguardo in alto tipo scalatori
Quindi scusa mamma se sto sempre fuori, ma

(ritornello)
Sono fuori di testa ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa ma diversa da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro
Siamo fuori di testa ma diversi da loro

Io
Ho scritto pagine e pagine
Ho visto sale poi lacrime
Questi uomini in macchina
Non scalare le rapide
Scritto sopra una lapide
In casa mia non c’è Dio
Ma se trovi il senso del tempo
Risalirai dal tuo oblio
E non c’è vento che fermi
La naturale potenza
Dal punto giusto di vista
Del vento senti l’ebrezza
Con ali in cera alla schiena
Ricercherò quell’altezza
Se vuoi fermarmi ritenta
Prova a tagliarmi la testa
Perché

(ritornello)

Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria
Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria
Parla la gente purtroppo
Parla non sa di che cazzo parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l’aria

(ritornello)

Noi siamo diversi da loro

Analizziamo i brani partendo dalle somiglianze, entrambi appartengono al più grande genere del rock ed entrambe parlano della diversità rispetto alla normalità (e della loro noncuranza rispetto ad essa).
Le differenze sono invece assai più rilevanti, nel brano dei Måneskin troviamo un’apertura subito chiara sono duro, sono diverso, ma in tutto il testo non riusciamo a capire mai il perché, possiamo solo ipotizzare: si riferisce al trucco per uomo (usato già nel teatro classico)? Si riferisce a portare il rock a Sanremo? Si riferisce alla vittoria di X-Factor? Non ci è dato sapere e né sinceramente credo ci interessi a questo punto.
Il brano dei CSI si apre con metafore liberamente interpretabili, poetiche nella lor formulazione, continua con il dire esplicitamente che non gli interessa, non gli importa: “L’apocalisse è quello che c’è già / Mistica Bio Meccanica / Eonica soap opera puntate quotidiane / Assegnate le parti corrono le comparse”. L’apocalisse è quello che c’è già, conseguenza di questo è un disinteresse nei confronti delle sorti delle cose, nonché di chi sceglie di vivere come comparsa alla quale viene assegnata una parte in mondo distrutto.
Ammetto che vi sarebbe da dire infinitamente di più su “M’importa una sega”, sulle metafore, sui rimandi, sul semplice ma intricato testo, sulla unicità dell’album contenente questo pezzo (nato da un autentico viaggio in una Mongolia fra modernità, tradizione e nomadismo), ma da questa analisi seppur breve ed incompleta si evince in modo abbastanza chiaro la differenza artistica fra i due brani, un distacco bruciante: e quale dei due ha partecipato al Festival?
Oramai la manifestazione sanremese è diventata più un avanspettacolo triste, delle canzoni si parla poco (sia per immutabilità degli argomenti sia per mancanza di qualità) la gran parte delle discussioni si concentra su scandali che francamente non dovrebbero scandalizzare nessuno ed è quello che diversamente dalla musica rimane.
Delle tre quindi ne va scelta una: o ridiamo la musica al festival (finalmente cambiando argomenti e cercando artisti più elevati) o la eliminiamo facendolo definitivamente diventare avanspettacolo, oppure diciamo addio alla città dei fiori e ci concentriamo finalmente su altro.
Francamente credo vi sia il bisogno di una televisione nuova e più attenta alla realtà, non possiamo lasciare a pochissimi programmi raccontare il paese e le sue trasformazioni, la televisione sul finire del precedente millennio aveva un ardire, una voglia di sperimentare oggi totalmente assente.

Credo che oggi il telespettatore oggi meriti di meglio.

Precendemente su “La mosca”

Vi lascio qui di seguito la canzone dei CSI semplicmente perché praticamente sconosciuta ai più giovani e probabilmente un po’ dimenticata da tutti gli altri

Stefano Scoppio

Stefano Scoppio

Fervente appassionato del periodo più sfigato della letteratura italiana (gli anni '90), pieno di passioni multiformi e contraddittorie. Scrivo per il mio diletto e nella speranza di suscitare una riflessione