La II guerra mondiale, lo sbarco in Sicilia, l’armistizio di Cassibile (SR) e Padre Pio

Ne parliamo con Paolo Romano consigliere comunale di Siracusa che da 20 anni lotta per un museo dell’armistizio e con l’architetto Dario Zingarelli, studioso e storico di Padre Pio

Padre Pio da Pietralcina

SIRACUSA. 8 settembre 1943: l’Italia divorzia dalla Germania, volta le spalle ad Hitler ed al nazifascismo. È il frutto dell’armistizio sottoscritto a Cassibile, frazione di Siracusa. 8 settembre, data ufficiale dell’entrata in vigore dell’accordo sottoscritto in realtà il 3 settembre, ma ufficializzato 5 giorni dopo. Troppi morti. Tanta distruzione. Una guerra che seminava solo sangue e dolori. Epilogo di due mesi di avvenimenti che cambiarono la storia italiana. Cominciati il 25 luglio con l’arresto di Benito Mussolini, sostituto alla guida del governo dal maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. Un’intesa che in pratica non metteva fine ai bombardamenti. All’inizio di agosto viene affidata all’ufficiale toscano Giuseppe Castellano la delega a trattare con gli alleati. A Cassibile, frazione di Siracusa, il 3 settembre, Castellano firma l’armistizio. Solo l’8 settembre però viene ufficializzato. Tentennamento da parte di Badoglio che provoca la reazione degli inglesi e degli americani, che continuano a scaricare bombe sull’Italia. Ufficiali e soldati italiani sono disorientati. I tedeschi invitano i militari italiani a continuare a collaborare con loro, e chi rifiuta viene fatto prigioniero e deportato nei lager in Germania. Pagina triste di storia che ho ascoltato tante volte dalla voce diretta di mio padre, che militava nel 26° Rgt. Autieri, posta militare 22, a Tirana. Viene catturato il 10 settembre 1943 e deportato nello Stalag II A Neubrandenburg, e Stalag VI D Dortmund. I militari italiani rinchiusi negli stalag o Stammlager (abbreviazione di Mannschaftsstamm-und Straflager), vengono definiti I.m.i., militari italiani internati. Viene liberato a Wickede nel 1945 dagli americani e rientra a Napoli a settembre del 1945.

Il Generale Pietro Badoglio

Ritorniamo all’armistizio di Cassibile, dove il 3 settembre viene firmata la “Resa incondizionata”.

C’è chi a Cassibile lotta da oltre 20 anni per realizzare un museo su questa pagina importante di storia. È il consigliere comunale di Siracusa, Paolo Romano, che accetta di buon grado a parlare con noi. Con lui diverse associazioni impegnate nella stessa direzione.

Ogni anno celebriamo questa giornata ospiti in una scuola cittadina, nei mesi in cui gli alunni sono in vacanza. Tanti sforzi ed impegno per allestire e smontare tutto, ma il nostro obiettivo è quello di avere un museo stabile” esordisce Romano. “Spero di realizzare questo mio sogno, e con me quelli che credono in questo progetto, che potrebbe catalizzare visitatori, attratti dalle bellezze naturali e da quelle archeologiche. Lo spiraglio adesso c’è: un piccolo immobile sequestrato alla criminalità”.

Cassibile è una frazione di Siracusa, dalla quale dista 16 km e conta 6000 abitanti. Continuiamo a registrare pareri contrastanti sulla resa incondizionata dell’Italia agli alleati, c’è chi lo ritiene un momento che non fa onore e chi invece reputa che sia stato un atto giusto: la storia è storia e nessuno la può modificare” aggiunge Romano.

Il Generale Pietro Badoglio e Vittorio Emanuele III di Savoia

La firma dell’armistizio è un atto di grande portata storica, viene sottoscritta la resa dell’Italia agli alleati e l’incontro avviene poco lontano dal centro di Cassibile, nella tenuta di San Michele. A firmarlo per l’Italia il generale Giuseppe Castellano e per gli alleati il generale Smith, presente il generale Eisenhower”, continua Romano. L’armistizio “corto” consta di 12 articoli. Sul posto viene collocata una lapide poi trafugata.

Romano – a Siracusa domenica si vota per il ballottaggio – è ricandidato al consiglio comunale, e al voto al primo turno è risultato il più votato. È impegnato, anche in veste istituzionale, insieme ad altri professionisti e cittadini comuni, a centrare l’obiettivo del museo permanente e non più temporaneo. “Con altri con i quali condividiamo questa iniziativa si è riusciti a raccogliere documenti, vestiti, e tanti oggetti che possono arricchire il potenziale museo. Adesso ho qualche speranza in più visto che ho scoperto, grazie ad alcuni storici foggiani, che nello sbarco in Sicilia e nell’armistizio c’è la mano di Padre Pio da Pietrelcina conclude Romano.

Mappa indicante il raggio operativo di caccia e bombardieri alleati (probabilmente usata per l’addestramento)

Che c’entra Padre Pio con Cassibile e lo sbarco in Sicilia? Cambiamo interlocutore e ne parliamo con l’architetto Dario Zingarelli, che con il suo pool di ricercatori ha fatto luce sulla corretta paternità del progetto dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” a San Giovanni Rotondo, redatto dall’architetto frattese Sirio Giametta.

Cosa c’entra Padre Pio, con lo sbarco in Sicilia, l’armistizio di Cassibile, la II guerra mondiale?


Nelle mie ricerche sono riuscito a scoprire importanti tasselli che, finalmente, ricostruiscono uno scenario del tutto inedito, completamente diverso da quello che la Storia Ufficiale ci ha sempre raccontato fino a oggi sull’Armistizio di Cassibile firmato dal generale Giuseppe Castellano ed ’avallato’ dal maresciallo d’Italia Pietro Badoglio (Proclama ufficiale dell’8 settembre 1943). Badoglio, Capo del Governo, delegato dal Re Vittorio Emanuele III, dopo essere riuscito a liberarsi di Benito Mussolini, destituendolo e arrestandolo, poiché divenuto troppo pericoloso per la Monarchia, con l’appoggio della Regina Maria Josè del Belgio, moglie del futuro Re d’Italia Umberto II, sta cercando di salvare il salvabile di quello che resta ormai del Regno d’Italia. La missione affidata al ‘Maresciallo d’Italia’, il generale più fidato di Re Vittorio Emanuele III, appare subito troppo complessa perché la manovra di salvataggio è sostanzialmente compromessa. La classica politica dei Savoia di attuare i soliti piani di mediazione attraverso un multilaterale copione con la diplomazia internazionale, che consiste in un dialogo a oltranza, per poi raccogliere gli accordi dell’ultimo secondo sul tavolo delle decisioni finali, questa volta è troppo difficile da attuare. I tempi sono cambiati. La politica monarchica e l’aristocrazia italiana, sempre molto frantumata,

sono rimaste troppo indietro. La disastrosa situazione militare causata dall’alleanza con i tedeschi, aggravata dalla ratifica e la firma delle ‘Leggi Razziali’ contro gli ebrei, l’incapacità di Vittorio Emanuele III di prendere decisioni chiare e inequivocabili sul piano internazionale per se e per gli italiani, l’incapacità di rischiare anche la sua vita, come si addice a un vero e coraggioso Re che si fa chiamare anche ‘Imperatore’, nonché l’errore di non aver mai preso in considerazione la possibilità di abdicare in favore di Umberto II nel momento più opportuno (cosa che avrebbe cambiato lo scenario politico e militare del Regno d’Italia già a partire dal 1943) ridando, finalmente, respiro alla plurisecolare storia della Famiglia Savoia (che con grande orgoglio aveva avuto ruoli più nobili e preminenti nel corso dei secoli), questa volta pesano troppo. Trovare una strada per uscirne senza perdere nulla è impossibile, è troppo tardi.
L’incapacità del Re alla fine è proprio questa, non aver capito insieme ai suoi generali più fidati che la situazione era fortemente compromessa. A nulla erano serviti i contatti della Regina Maria Josè con Padre Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, per salvare il Regno d’Italia dalla guerra al fianco della Germania e la stessa Monarchia rappresentata dal futuro Re Umberto II. È proprio questo il punto che cambia la storia del Regno d’Italia e il futuro degli italiani: non aver capito che Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto abdicare immediatamente dopo l’arresto di Benito Mussolini. Non che la posizione dell’erede al trono d’Italia Umberto II sarebbe stata molto più limpida di quella del padre, ma, certamente, avrebbe dato al Regno d’Italia la possibilità di valutare con più consapevolezza che almeno la Monarchia si sarebbe potuta salvare applicando quel buon senso, che la tradizione e le consuetudini storiche della Famiglia Savoia, avevano saputo gestire nel corso dei secoli: ovvero che anche Umberto II avrebbe dovuto abdicare nel momento più opportuno in favore di un altro ramo di Casa Savoia.

Arch. Dario Zingarelli (sulla sinistra), Arch. Gaetano Lombardi (al centro), Arch. Pasquale Mastrobuono (sulla destra)

Una ulteriore abdicazione, quella di Umberto II, si sarebbe dovuta espletare nel momento stesso in cui la liberazione del Regno d’Italia, grazie agli Alleati, fosse divenuta un dato di fatto irreversibile. Solo questo avrebbe salvato la Monarchia e, molto probabilmente, anche la vita di numerosissimi italiani. Tutto questo non solo per la Monarchia di per sé, ma anche per quello che ha rappresentato nel tempo e che oggi (mai nessuno l’ha detto ufficialmente) avrebbe potuto rappresentare non solo se il Regno d’Italia fosse ancora esistito, ma anche nell’attuale Repubblica Italiana, cioè una classe aristocratica capace di produrre lavoro e ricchezza: P.I.L. (Prodotto Interno Lordo), come avviene nel mondo, nei “Regni” o monarchie costituzionali governati da Re o Regine e dove esiste ancora una classe aristocratica capace di regnare e di produrre P.I.L. (cosa che per gli aristocratici italiani rimane un argomento ancora oscuro e incompreso). Ma torniamo alla Storia. L’operazione di salvataggio portata avanti dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio era, pertanto, un’operazione impossibile perché portata avanti nella convinzione che il Regno d’Italia se la sarebbe cavata senza gravi dolori, con quella diplomazia classica ormai troppo vetusta per i cambiamenti in atto su tutto il globo terrestre (è in atto addirittura una guerra mondiale, la seconda, e ogni battaglia vinta dagli alleati porta in avanti di anni tutte le vecchie regole della diplomazia super-conservatrice come quella dell’attuale Regno d’Italia).”

Visita del Generale Badoglio ad Atri

La storica cerimonia svoltasi a Atri, in provincia di Teramo, il 22 aprile 2023, celebrando la figura di

Giuseppe Verdecchia, primo sindaco di Atri a partire dal 1944, ovvero immediatamente dopo la liberazione dell’Abruzzo da parte degli Alleati, ha consentito agli architetti foggiani Dario Zingarelli e Gaetano Lombardi (con il contributo del commendatore Mario Verdecchia, nipote di Giuseppe Verdecchia, dell’avvocato Domenico Colletti di Pescara, figlio dell’avvocato personale di Padre Pio, del signor Pietro D’Alfonso di Roma, figlio del “chirurgo di Padre Pio” e, inoltre, dell’avvocato Gennaro Giametta di Frattamaggiore, Napoli, figlio dell’architetto che redasse il progetto di “Casa Sollievo della Sofferenza” commissionatogli personalmente da Padre Pio), di poter svelare, finalmente, alcuni importantissimi tasselli sulla vera storia e sui veri protagonisti che si avvicendarono in uno dei momenti più importanti e significativi della Storia d’Italia, vedendo parte attiva proprio il protagonista più importante della storia del Novecento d’Italia (come affermò ufficialmente Giulio Andreotti) e del Mondo: Padre Pio da Pietrelcina.

Non è possibile ricostruire in breve tempo tutti i retroscena, che, uno dopo l’altro, restituiscono, solo oggi, tutta la verità storica su quello che accadde attorno alla firma della “Resa Incondizionata” del Regno d’Italia agli alleati, stipulata a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre 1943. Una data questa fondamentale, per capire a livello mondiale cosa l’Italia rappresentava davvero nell’equilibrio internazionale dell’epoca. A partire da quella data l’Italia continua a essere ancora al centro dello scenario mondiale, e per tutto quello che essa rappresenta continuerà ancora a esserlo nella politica, nell’economia, nella cultura, nella società e, in particolare, nel cammino e lo sviluppo della storia delle più importanti religioni.

Padre Pio da Pietrelcina aveva l’urgente missione di costruire al più presto il suo ospedale a San Giovanni Rotondo. Un ospedale che sarebbe rimasto unico al mondo e che si confronta incessantemente con il “Soprannaturale”, e del quale Padre Pio conosceva già il nome: “Casa Sollievo della Sofferenza”. Benito Mussolini ne aveva capito la funzione sociale, culturale, economica e politica ma non, evidentemente, quella storica. Infatti, tutte le pratiche burocratiche con i relativi permessi ministeriali erano state già ultimate, e dal gennaio del 1941 il regime fascista avrebbe potuto iniziare i lavori. Ma, invece di costruire l’ospedale a Padre Pio entro il 1943, Mussolini scelse di entrare in guerra il 10 giugno 1940. L’entrata in guerra fu determinante per bloccare la costruzione dell’ospedale. Vani furono i tentativi del professor Federico D’Alfonso, abruzzese, primario di Chirurgia presso l’ospedale “San Liberatore” di Atri (Teramo), figlio spirituale di Padre Pio, di interloquire anche con le più alte cariche della Monarchia italiana per aiutare Padre Pio a costruire il suo ospedale a San Giovanni Rotondo. Al Santo stigmatizzato del Gargano restava solo la speranza e la possibilità di far uscire l’Italia rapidamente dalla guerra. Per questo il chirurgo Federico D’Alfonso, avendo avuto notizia della presenza del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio a Fontanelle, frazione nei pressi di Atri, ospite della famiglia Grilli, si attivò subito per conoscerlo, circostanza che gli avrebbe consentito di comunicargli tutto quello che Padre Pio riteneva utile e urgente fargli sapere, cosa che avvenne senza intoppi. Badoglio, come pure il Re Vittorio Emanuele III, Umberto II e, in particolare la Regina Maria Josè del Belgio, già conoscevano Padre Pio e la sua storia personale, perché era già molto conosciuto e faceva parlare di sé a livello internazionale.

Nel frattempo, il chirurgo Federico D’Alfonso, divenuto amico e medico specialista personale del
Maresciallo Pietro Badoglio lo informa costantemente a di tutto quello che gli faceva pervenire Padre Pio, rendendosi conto solamente poco alla volta che la “Resa” definitiva dell’Italia era inevitabile, come guidata da una forza incomprensibile alle capacità umane. Più Badoglio temporeggiava, più le sue convinzioni e i suoi tentativi personali si infrangevano di fronte al nulla, alla fine il proclama dell’8 settembre 1943 fu inevitabile. Cercava a tutti i costi una soluzione per evitare la “Resa Incondizionata” dell’Italia e, soprattutto, la loro umiliante resa incondizionata. Ma non vi riuscirà. Badoglio è costretto a riconoscere la delega scritta che aveva firmato a nome suo, del Re, e di tutti i generali italiani che rappresentavano le tre Armi, Aeronautica, Esercito e Marina, a arrendersi senza condizioni. La “Resa senza condizioni” avrebbe salvato l’onore degli italiani e la loro stessa vita di rappresentanti militari e istituzionali del Regno d’Italia, ma non, purtroppo, dicasi della vita di centinaia di migliaia di italiani e militari che furono uccisi dai tedeschi accecati dalla vendetta e dalla loro ideologia criminale. Fu scelto un giovane generale, Giuseppe Castellano, il più giovane tra i generali, uno senza particolari macchie, dal trascorso militare pulito, che con coraggio, con enorme coraggio accettò di salvare il salvabile dell’Italia. Una responsabilità enorme. Se qualcosa fosse andato storto, se solo il Re, il Maresciallo Badoglio e gli altri generali avessero trovato una strada alternativa alla “Resa incondizionata”, il generale Giuseppe Castellano sarebbe potuto passare immediatamente per traditore, ovvero commettendo Alto Tradimento, e mettendo a rischio anche tutta la sua famiglia e i suoi parenti. Ma, Padre Pio aveva “visto” tutto. Sintetizzando, basta solo ricordare a tutti il passaggio scritto da Padre Marcellino Iasenzaniro, il quale nei suoi appunti, già prima del 1940 (appunti che poi sarebbero diventati un libro sulla straordinaria testimonianza di Padre Pio) scrive un passaggio molto importante – “Il Padre, San Pio da Pietrelcina, la missione di salvare le anime, Testimonianze”, edizioni Padre Pio da Pietrelcina, 2007. In questo libro, inizialmente stampato in tre volumi, si legge un passaggio determinante, che completa e testimonia storicamente, in breve, il legame con gli altri tasselli della storia sopradescritti, cioè quelli che riguardano Atri (Teramo), Giuseppe Verdecchia, il Maresciallo Pietro Badoglio e il suo medico personale, ovvero il “chirurgo di Padre Pio”, il Professor Federico D’Alfonso, e poi l’architetto Sirio Giametta di Frattamaggiore (Napoli), il vero progettista dell’ospedale di Padre Pio, “Casa Sollievo della Sofferenza”.

Vista frontale in disegno della “Casa Sollievo della Sofferenza”

Così scrive Padre Marcellino Iasenzaniro: “Si era appena all’inizio della guerra quando Padre Pio annunziava che l’Italia sarebbe stata la prima nazione a chiedere l’armistizio, e tristemente soggiungeva: “Non è la guerra che mi fa paura, ma il dopo guerra… Come non volete che pianga vedendo l’umanità che vuol dannarsi a tutti i costi?”.

Conclude l’architetto Dario Zingarelli: “Se si riuscirà a realizzare il Museo dell’Armistizio del 3 settembre 1943 a Cassibile (Siracusa) con una sede permanente, si dovrà riscrivere la Storia d’Italia, la vera Storia, non solo perché Cassibile ha avuto riflessi sulla storia e sugli esiti definitivi della Seconda Guerra Mondiale, ma anche perché si potrà raccontare, finalmente, del legame straordinario tra la Sicilia e Padre Pio da Pietrelcina.

Intervista raccolta da Giuseppe Maiello

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