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La dignità non ha bandiera. Chi cura non può mai essere un nemico. Editoriale di Mena Cristiano

Ci sono notizie davanti alle quali un giornalista non può limitarsi a registrare i fatti. Ci sono storie che chiedono di essere guardate con gli occhi della coscienza, perché dietro ogni nome c’è una persona, dietro ogni vicenda c’è una vita.

Scrivo queste righe non per schierarmi con una parte contro un’altra. Non è questa la mia idea di giornalismo. Non credo nelle parole che alimentano divisioni, ma in quelle che cercano la verità e difendono ciò che non dovrebbe mai essere messo in discussione.

Scrivo queste righe perchè la dignità dell’uomo viene prima di ogni conflitto. La mia non è una posizione contro qualcuno, ma una posizione a favore di un principio.

Chi cura non può mai essere un nemico.

Quando un medico viene privato della libertà, il mondo ha il dovere di chiedere giustizia. Non perché appartenga a una parte, ma perché rappresenta quel valore universale della cura che dovrebbe essere protetto sempre.

La vicenda del dottor Hussam Abu Safiya, medico palestinese e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza, ha suscitato profonda attenzione e preoccupazione a livello internazionale. Arrestato dalle autorità israeliane nel dicembre 2024, il suo caso è stato oggetto di appelli da parte di organizzazioni umanitarie e per i diritti umani affinché siano chiarite le sue condizioni e siano garantiti i suoi diritti.

Sono state inoltre denunciate accuse di maltrattamenti e torture nei suoi confronti. Accuse che dovranno essere accertate nelle sedi competenti, ma che non possono lasciare indifferenti quanti credono che la dignità della persona debba essere sempre tutelata.

Perché c’è una domanda che riguarda tutti noi: che cosa resta della nostra civiltà se arriviamo al punto di non riconoscere più il valore di chi cura? Chi cura non può mai essere un nemico.

Un medico non appartiene a una fazione. Un medico appartiene alla VITA. Il camice bianco, in ogni parte del mondo, dovrebbe essere un simbolo protetto, perché rappresenta la cura, la speranza, la possibilità che una sofferenza trovi una risposta. Quando chi cura viene travolto dalla violenza della guerra, non viene ferita soltanto una persona: viene ferito un principio che riguarda tutti.

Il diritto internazionale umanitario nasce proprio per ricordarci che anche nelle guerre più terribili devono esistere limiti morali. Gli ospedali devono restare luoghi di cura. I civili devono essere protetti. Ogni persona deve conservare la propria dignità.

Non possiamo accettare che la logica della guerra finisca per cancellare il valore della persona. Proprio nei momenti in cui la violenza sembra prendere il sopravvento, è necessario riaffermare con ancora più forza i confini dell’umanità. La difesa della sicurezza non può diventare il motivo per indebolire i diritti fondamentali.

Da donna, da cristiana e da Direttrice Responsabile di una testata sento il dovere di ricordare che ogni vita ha un valore che non dipende dalla bandiera che porta.
La dignità non ha bandiera. Appartiene all’uomo.

Il Vangelo ci consegna l’immagine del Buon Samaritano: un uomo che non chiede chi sia la persona ferita, da dove venga o quale sia la sua appartenenza. Vede una sofferenza e sceglie di fermarsi. È questo il messaggio che ancora oggi interpella la nostra coscienza: davanti al dolore di un altro essere umano, siamo chiamati a fermarci, e a riconoscerlo come fratello.

San Giovanni Paolo II ha ricordato con forza che la pace nasce dal riconoscimento della dignità di ogni persona.

Papa Francesco ha più volte richiamato il mondo al rifiuto della guerra e alla necessità di proteggere la vita dei più vulnerabili.

Sono richiami che non appartengono a una parte politica: appartengono alla coscienza dell’umanità. La dignità non viene concessa da qualcuno. Appartiene alla persona. La difesa della vita non può essere scelta a seconda di chi soffre. Se vale per qualcuno, deve valere per tutti.

Per questo non posso restare in silenzio.
Chiedo che ogni persona privata della libertà possa avere diritto a un procedimento giusto.


Chiedo che venga fatta piena luce sulla detenzione del dottor Hussam Abu Safiya e che, se non vi sono ragioni legittime per mantenerlo privato della libertà, venga liberato.
Perché un medico non può essere giudicato per il solo fatto di curare. Perché il camice bianco non può diventare un simbolo di colpa. Perché chi dedica la propria vita a salvare quella degli altri non può mai essere considerato un nemico.

Perché la giustizia non può essere sospesa dalla guerra.

Ma soprattutto chiedo che il mondo non si abitui al dolore. Il pericolo più grande, davanti alle tragedie della storia, non è soltanto la violenza. È il momento in cui la violenza diventa normale, in cui la sofferenza degli altri smette di interpellarci, in cui il cuore dell’uomo si abitua a ciò che dovrebbe ancora scuoterlo.

Le guerre possono dividere i popoli. Le paure possono innalzare muri. Le ideologie possono contrapporre gli esseri umani. Ma i principi dovrebbero unirci sempre.

Chi desidera approfondire la vicenda del dottor Hussam Abu Safiya e aderire all’appello promosso da Amnesty International Italia può farlo attraverso la campagna dedicata:

https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/

Perché anche una firma, quando nasce dalla consapevolezza e dal rispetto della persona, può essere un modo per dire che l’indifferenza non è una risposta.

Editoriale di Mena Cristiano Direttrice Responsabile di Vita Web TV