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Pierfranco Bruni. “Io e il Capitano Achab”. Solfanelli Editore. Un romanzo che è una attraversata di mare

Lo stile è eleganza. Si può leggere tra le storie e i personaggi. Non è romanzo soltanto.  È una  traversata. È la notte. È ls banchina. È un  uomo che guarda il mare e sa che il mare non risponde. Pierfranco Bruni prende Melville e lo porta nel Mediterraneo. Prende Achab e lo spoglia dell’America. Lo veste di Sud. Lo veste di domanda. Lo veste di destino. E il destino è linea infinita. È un orizzonte che chiama. È una balena che non si vede. Eppure c’è. Eppure comanda.

In copertina Marica Caramma disegna il silenzio. Un uomo di spalle. Tricorno. Giacca scura. Bastone nella mano. Guarda. Davanti a lui una donna. Abito chiaro. Capelli al vento. Guarda. Non si guardano. Guardano oltre. Guardano le navi. Guardano l’assenza. La banchina è pietra. È corda. È gabbiano. È vela che aspetta. Il titolo è preciso. “Io e il Capitano Achab”. Non la balena. Non il mare. L’io. L’io che si mette davanti al mito. Che lo interroga. Che si riconosce. Che si perde. 

Achab è solitudine. È fedeltà alla ferita. È uomo che ha perso la gamba e non ha perso la volontà.

Bruni scrive: “Proprio nelle notti tempestose lo aspetto. Seduto su una finestra sul mare osservo la lontananza dell’orizzonte e cerco di leggere in quella linea infinita l’ombra del suo sguardo. Immagino di vederlo. Qui è  Bruni. Qui è la sua filosofia. La filosofia come antropologia religiosa. La letteratura come sciamanesimo. La parola come alchimia. Non spiega Achab. Lo veglia. Non lo analizza. Lo abita. 

Pierfranco Bruni è calabrese di origini Scrittore. Poeta. Italianista. Studioso del Mediterraneo. Pubblica da anni sulla cristianità in letteratura. Lega favola e mondo sciamanico. Linguaggio e alchimia. Il suo stile forma visioni. Visioni inedite. E la visione più grande è questa. L’uomo davanti all’abisso. L’uomo che non torna indietro. L’uomo che ha giurato.

In fondo Achab ironico e scontroso cammina di notte. Guarda la luna. Sente l’odore del mare. Legge la Bibbia. Frequenta serve per non avere incubi. Non le possiede. Le lascia. Eppure la loro presenza lo tormenta di meno. Corteggia belle donne. È quasi sempre corrotto. Nelle giornate di cattiva stagione sta nella bettola del porto. Beve grappa. Beve caffè amaro. Un’esistenza passata nella fanciullezza riflette. Alla mia età la bellezza non si cerca. E il fato che si intromette per cercare di sconfiggere la vita.

Questo Achab non è di Nantucket. È di Reggio. È di Catanzaro. È di Sannio. È uomo del Sud. È uomo della Bibbia. È uomo della bettola. È uomo che prega e bestemmia. Che cerca Dio nella balena. Che cerca la donna nella notte. Che cerca il senso nel vino. Che non si arrende. Sempre Bruni: “Potrà mai essere sconfitto il tempo? Scrivere è un modo per attraversarlo. Sognare è un modo per rivivere la vita. Achab non può essere ognuno di noi. Perché Achab è soltanto Achab”. 

Ma ognuno di noi ha il suo Achab. Ha la sua ossessione. Ha la sua gamba mancante. Ha la sua balena. Ha la sua notte tempestosa. Lo scrittore inventa se stesso e si reinventa ogniqualvolta serve. E reinventandosi, ci dice. Ci dice che vivere è cacciare. Che cacciare è cercare. Che cercare è pregare.

Bruni scrive come il mare. Frase breve. Parola che pesa. Ritmo di onda. Ritmo di risacca. Non c’è ornamento. C’è osso. Non c’è retorica. C’è verità. Non c’è sistema. C’è frammento. Perché il mare non si chiude in trattato. Si naviga. Si teme. Si ama. Si maledice. E maledicendolo, si prega. 

La letteratura di Bruni è antropologia. È religione. È domanda su Dio. È domanda sull’uomo. È domanda sul male. È domanda sul destino. Achab è Cristo rovesciato. È Giobbe che non accetta. È Caino che non fugge. È Ulisse che non torna. È tutti noi quando non dormiamo. Quando non ci basta la terra. Quando vogliamo l’abisso.

“Io e il Capitano Achab” non consola. Interroga. Non chiude. Apre. Apre il porto. Apre la ferita. Apre la notte. È libro per chi ha vegliato. Per chi ha perso. Per chi ha sete. Per chi ha visto la linea infinita e non ha distolto lo sguardo. 

Leggerlo è salire sul molo. È sentire il vento. È odorare il sale. È capire che la balena siamo noi. Che l’orizzonte siamo noi. Che l’attesa siamo noi. E che l’attesa è già viaggio. 

È un libro necessario. Libro di pietra. Libro di notte. Libro che resta. Come il mare. Come Achab. Come l’ombra del suo sguardo quando la tempesta chiama. Pierfranco  Bruni è completamente dentro queste pagine.