Presso la Mostra d’Oltremare, nell’ambito del Napoly Beer Fest, insieme alla sua band si è esibito Tony Tammaro, espressione di una comicità costruita sulla parodia, sull’ironia e sulla cultura popolare.
Il suo mondo musicale nasce spesso da qualcosa di apparentemente semplice: una situazione quotidiana, un personaggio, un comportamento, un luogo comune. Tammaro prende quella materia ordinaria e la trasforma in una canzone comica e ironica. Ma non è tutto fine a se stesso. Dietro le battute e il linguaggio volutamente demenziale c’è la rappresentazione di una certa Napoli popolare, dei suoi personaggi, dei suoi comportamenti, delle sue mode, dei luoghi comuni e delle piccole miserie quotidiane.
La sua comicità parte spesso dalla tradizione della canzone melodica e della canzone d’amore. Tammaro ne riprende i generi, le formule e le atmosfere della musica italiana, ma le utilizza per raccontare una realtà decadente, quotidiana e talvolta grottesca. È proprio qui che nasce uno dei meccanismi più efficaci della sua comicità: il contrasto.
Un testo apparentemente serio distrugge la serietà della musica che lo accompagna. Un tono romantico viene applicato a un argomento volgare o banalmente quotidiano; una melodia sentimentale sostiene una situazione assurda; una musica orecchiabile accompagna un testo demenziale. È questo cortocircuito tra forma e contenuto a produrre l’effetto comico.
E in tutto questo Napoli non è semplicemente lo sfondo. È quasi un personaggio. Entra nelle canzoni attraverso il modo di parlare, le abitudini, i quartieri, i rapporti familiari, il rapporto con il denaro, le vacanze, il cibo e soprattutto attraverso il modo di raccontare la vita con ironia.
Le situazioni raccontate sembrano esagerate, ma proprio per questo risultano immediatamente riconoscibili. Il paradosso è che, dietro l’assurdo, spesso si nasconde qualcosa di profondamente reale. Si ride perché la situazione è grottesca, ma anche perché, in qualche modo, quella situazione ci è familiare.
Da questo universo nasce anche il termine “tammarico”, utilizzato per identificare una figura caratterizzata dall’ignoranza ostentata, dal cattivo gusto, dalla volgarità, dall’esibizionismo e dal desiderio esasperato di apparire. Ma quella di Tammaro non è una satira moralistica. Non sembra voler salire su un piedistallo per giudicare qualcuno: sceglie piuttosto la musica, il grottesco e la risata per raccontare un certo modo di essere.
Ed è proprio per questo che le sue canzoni possono essere lette anche come una sorta di fotografia popolare dell’Italia e di Napoli tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila.
Il personaggio tammaro non è necessariamente ridicolo perché fa qualcosa di stupido. È ridicolo perché vuole disperatamente sembrare qualcosa che non è.
La struttura delle sue storie segue spesso un meccanismo quasi perfetto: una situazione normale, un dettaglio apparentemente insignificante ma strano, una progressiva escalation, l’esagerazione e infine la battuta. La realtà viene inserita in uno specchio deformante e portata fino al grottesco.
Per questo Tony Tammaro non è semplicemente un “cantante demenziale”. Può essere letto, piuttosto, come un satirico feroce travestito da tamarro. Il trash diventa uno specchio nel quale si riflettono l’ignoranza, il cattivo gusto, il provincialismo, la necessità di apparire e soprattutto la presunzione di essere migliori di ciò che si è.
A tratti questa operazione può risultare persino sadica, perché Tammaro mette il pubblico davanti allo specchio e lo fa ridere di ciò che vede. Ma la risata può diventare scomoda nel momento in cui ci accorgiamo che quel meccanismo non appartiene soltanto al personaggio caricaturale: appartiene, in misura diversa, a molti di noi.
Il ragazzo che vuole necessariamente vestirsi firmato. Quello che desidera un’auto appariscente. Quello che racconta le proprie vacanze come se fossero imprese epiche. Quello che usa parole, atteggiamenti e oggetti per sembrare più importante. In fondo, il bersaglio è l’ostentazione.
Ed è proprio qui che la satira di Tammaro diventa sorprendentemente moderna.
Il “tamarro” non si accontenta di possedere qualcosa: vuole che gli altri sappiano di possederla. Se vive un’esperienza, deve raccontarla. Se raggiunge un successo, deve esibirlo. Non gli basta essere felice di ciò che fa e di ciò che vive: deve dimostrarlo.
Molte delle caricature costruite da Tammaro anticipano così un comportamento che oggi, nell’epoca dei social network, è diventato quasi normale: trasformare la propria vita in una vetrina permanente, dove ogni esperienza deve essere mostrata, raccontata e soprattutto riconosciuta dagli altri.
E tuttavia ridurre Tony Tammaro alla caricatura del napoletano sarebbe un errore.
La sua Napoli è iperbolica, volutamente deformata, costruita attraverso stereotipi e situazioni esasperate. È una Napoli popolare, ma anche una Napoli immaginata, nella quale il particolare locale diventa uno strumento per parlare di qualcosa di più universale.
La sua è una satira senza piedistallo: non osserva il mondo dall’alto, ma ci entra dentro, ne esaspera i difetti e costringe chi ascolta a riconoscersi, almeno un po’, in ciò di cui sta ridendo.
Ed è forse questa la ragione per cui, a distanza di anni, Tony Tammaro continua a essere tremendamente attuale.
Perché dietro il trash, il grottesco e la risata apparentemente facile c’è uno specchio. E quello specchio, per quanto deformante, a volte ci restituisce un’immagine fin troppo familiare.
C.M.

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- Presso la Mostra d’Oltremare, nell’ambito del Napoly Beer Fest, insieme alla sua band si è esibito Tony Tammaro, espressione di una comicità costruita sulla parodia, sull’ironia e sulla cultura popolare.
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