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L’eco dei Rossi: quando le radici diventano destino e l’amicizia un’opera d’arte

Si suol dire che i parenti ci vengano assegnati dal caso, tessere impreviste di un telaio che non consultiamo mai prima che la stoffa sia già in opera. Ma la vita, quando vuole stupirci, sa inventare scorciatoie meravigliose.

Da qualche anno, io e Raffaele Bruno custodiamo un segreto antico e leggero: abbiamo scoperto di essere parenti. Prima di allora, ci incrociavamo e ci scambiavamo un cenno di saluto distratto, senza che tra noi vi fosse una vera conoscenza. A unire i nostri rami è stata proprio la bisnonna di Raffaele, Maria Rossi, custode inconsapevole di quel legame che il tempo aveva conservato in silenzio. Poi, in pochissimo tempo, quel saluto si è trasformato in confidenza e la parentela è diventata, d’incanto, un’amicizia fraterna, viscerale e rocciosa, come se fosse sempre esistita, scritta a inchiostro simpatico nelle pieghe delle nostre vite.

C’è una sintonia che non ha bisogno di preamboli, un passo condiviso che sa di casa. La conferma più spiazzante, quasi una carezza magica del passato che torna a farsi carne, è arrivata il giorno in cui mia madre ha visto Raffaele per la prima volta. Lui, con i suoi colori luminosi, i capelli chiari e gli occhi limpidi e penetranti, le ha tolto le parole di bocca. Un lampo nello sguardo, un sussulto della memoria, poi la frase, pronunciata con la certezza disarmante dell’amore: «Gli somiglia… somiglia incredibilmente a mio nonno».

Quel nonno era il nonno di mia madre Elisabetta: il mio bisnonno, Angelo Rossi, l’uomo che tutti in famiglia chiamavano con rispetto e affetto «lo speziale». Rivederlo, in qualche modo, nel volto di Raffaele è stato come assistere alla riemersione di un ritratto sbiadito dal tempo, restituito alla luce con i tratti intatti della giovinezza.

Le nostre geografie intime si sfiorano e si completano: lui è originario di Fornelli, io sono legato visceralmente a Cosentini. Due avamposti di quel Cilento che sa di terra antica, di ulivi secolari e di radici profonde. Due mondi che credevamo lontani e che invece, lungo i fili invisibili dei Rossi, battevano allo stesso ritmo.

Ci sono legami che non chiedono etichette, perché possiedono una grazia propria. Scoprire che dietro un’amicizia così profonda si celavano le stesse radici, la stessa linfa, è stato per me un onore immenso.

Perché i parenti ci vengono assegnati dal caso, ma i fratelli dell’anima li scegliamo, forse, con il cuore, mentre è il destino a riconoscerli. E nel volto e nel cuore di Raffaele, quel destino assume i tratti buoni, luminosi e indimenticabili dei nostri antenati.

Giorgio Mellucci