La gentilezza del gesto quando l’arte diventa responsabilità

Dalla mostra internazionale di Santa Pola -Alicante Spagna al progetto di un Manifesto della Gentilezza: l’arte come spazio di ascolto, relazione ed educazione alla convivenza civile.
In un tempo nel quale il linguaggio pubblico appare sempre più attraversato da contrapposizioni, aggressività e radicalizzazioni, parlare di gentilezza potrebbe apparire quasi un atto controcorrente. Eppure è proprio in questo contesto che la gentilezza acquista una dimensione culturale, sociale ed etica di particolare rilievo.
È questa la premessa ideale della mostra internazionale “La gentilezza del gesto”, in programma dal 10 luglio al 21 settembre 2026 al Museo del Mar di Santa Pola, nella provincia di Alicante, in Spagna. Il progetto, curato da Valeriano Venneri, Loredana Trestin e Selene Bozzato, riunisce quasi 60 artisti e si propone di indagare, attraverso linguaggi e sensibilità differenti, un tema apparentemente semplice ma in realtà complesso: la possibilità di restituire alla gentilezza un ruolo concreto nella vita individuale e collettiva.
L’esposizione spagnola rappresenta la seconda tappa di un percorso iniziato a Napoli il 1° aprile 2026, presso la chiesa di Santa Maria di Porta. Un progetto nato dalla collaborazione con Cittadinanzattiva Campania APS, con la Segretaria regionale Carminuccia Marcarelli, e con Spazio e Comunità Gentilezza rappresentata da Arletta Fabbricatore.
Il percorso è di passare dalla sensibilità individuale a un progetto collettivo.
Per Valeriano Venneri, storico e critico dell’arte e ideatore del progetto, la gentilezza non può essere confinata alla sfera della buona educazione o della sensibilità personale. Il suo significato deve necessariamente tradursi in una pratica quotidiana, in una diversa modalità di relazione con l’altro. Il punto di partenza è la necessità di intervenire sui comportamenti che alimentano odio e violenza, sostituendo alla contrapposizione l’ascolto e alla prevaricazione la comprensione delle ragioni emotive dell’altro, delle differenze culturali ed etiche.
È una concezione della gentilezza che non ha nulla di passivo o di ingenuo. Al contrario, implica una scelta consapevole e, soprattutto, una responsabilità.
Da qui nasce l’ambizione di fare della mostra non un episodio isolato, ma una tappa di un percorso destinato a coinvolgere progressivamente altri ambiti della società.
Lo storico dell’arte, Valeriano Venneri insiste, infatti, sulla necessità che la gentilezza possa diventare un movimento e un manifesto, capace di oltrepassare i confini dell’arte e della cultura per dialogare con il mondo giuridico, medico, educativo e con tutte quelle realtà che compongono il tessuto sociale.
La mostra di Santa Pola assume quindi il valore di una seconda tappa di un itinerario che proseguirà con ulteriori appuntamenti, tra cui quello previsto a Taranto, coinvolgendo artisti italiani e internazionali.
L’arte diventa luogo dell’ascolto.
La riflessione di Loredana Trestin, curatrice e organizzatrice di eventi culturali, introduce un ulteriore livello di lettura: quello del rapporto tra gentilezza, arte e formazione.
Esiste un legame, osserva Trestin, tra gentilezza e galateo, ma la dimensione artistica permette di ampliare profondamente questo rapporto, conferendogli anche una valenza pedagogica e terapeutica.
La bellezza, la delicatezza di una composizione, il colore, la fotografia e la materia possono diventare strumenti attraverso i quali stabilire un contatto con l’altro. L’opera non è soltanto qualcosa da osservare, ma può diventare un luogo di incontro, uno spazio nel quale confrontare differenti visioni del mondo.
In questa prospettiva la gentilezza assume contemporaneamente una dimensione estetica ed etica.
Ed è proprio sull’etica dell’arte che Trestin pone l’accento. In una contemporaneità segnata da forme sempre più esasperate di conflitto e radicalizzazione, l’artista è chiamato anche a interrogarsi sulla responsabilità del proprio linguaggio.
Essere gentili, in questa accezione, non significa attenuare la realtà o rinunciare alla denuncia. Significa, piuttosto, trovare modalità capaci di confrontarsi con la complessità senza alimentare ulteriormente la logica dello scontro.
La pluralità come principio curatoriale
“La gentilezza del gesto” è un progetto collettivo che non cerca di uniformare le differenti esperienze artistiche. Al contrario, la sua forza risiede proprio nella pluralità delle proposte.
La mostra conserva la singolarità di ogni artista, costruendo tuttavia un dialogo intorno a un tema comune.
Particolarmente significativo è il carattere internazionale della partecipazione, con la presenza, tra gli altri, di un’artista iraniana e di un’artista statunitense. Ma altrettanto significativo è il confronto tra generazioni lontane: accanto alla produzione di un artista nato nel 1928, oggi scomparso, trova spazio quella di una giovanissima artista italiana nata nel 2009.
La distanza anagrafica diventa così un ulteriore elemento di riflessione: la gentilezza non appartiene a una generazione, a una cultura o a un particolare linguaggio, ma può diventare un terreno comune di confronto.
Il progetto si è sviluppato anche grazie alla collaborazione con altre realtà associative e culturali, tra cui Atelier Selene Bozzato e le Associazione Artiste di Rosella Fusi e hub/Art con la direttrice Greta Zuccari.
Il lavoro di squadra, dalla selezione degli artisti alla costruzione dell’esposizione, ha contribuito al successo della prima fase del progetto, che ha registrato quasi 3.000 visitatori.
Alla mostra è l’artista concettuale Yehudith Maria Ferrara con l’etica dell’immagine.
Tra le presenze che meritano una particolare attenzione emerge quella della giovanissima artista italiana Yehudith Maria Ferrara. Loredana Trestin ne sottolinea non soltanto la giovane età, ma soprattutto la maturità della ricerca e il rapporto tra immagine e responsabilità.
L’opera di Y.M. Ferrara, nella lettura proposta dalla curatrice, non nasce semplicemente dalla volontà di rappresentare il mondo, ma dalla necessità di interrogarlo. Ogni immagine sembra dunque trasformarsi in una domanda. Il visibile diventa una soglia, oltre la quale si apre una riflessione sull’essere umano, sulle sue scelte e sulla sua capacità di stabilire una relazione con ciò che lo circonda. La sua ricerca si colloca su quel confine sottile tra fenomeno ed essenza nel quale ciò che appare non coincide mai completamente con ciò che significa. Una mano che cerca un’altra mano, un nucleo cromatico che emerge dal buio, un albero costruito attraverso una molteplicità di frammenti di colore: elementi apparentemente semplici diventano così dispositivi attraverso i quali interrogare la condizione umana.
È in questa tensione tra immagine e significato che la pittura di Yehudith Maria Ferrara assume, secondo Trestin, una precisa dimensione etica.
La giovane artista affronta infatti temi sociali con partecipazione e spirito di denuncia, dimostrando come la ricerca artistica possa essere contemporaneamente esperienza estetica e presa
Il percorso della mostra conduce inevitabilmente a una domanda: può la gentilezza diventare una forma di cultura?
La risposta che emerge dal progetto è sì, a condizione che essa non venga ridotta a una formula retorica.
La gentilezza proposta da “La gentilezza del gesto” non è semplice cortesia, né un atteggiamento ornamentale. È ascolto, empatia, responsabilità e capacità di riconoscere nell’altro una differenza che non deve necessariamente trasformarsi in conflitto.
In questa prospettiva assume particolare significato anche la collaborazione con Cittadinanzattiva Campania APS e con Spazio e Comunità Gentilezza. Durante il percorso è stato inoltre consegnato all’associazione Cielos de Colores l’attestato di Ambasciatrice della Gentilezza, attraverso Arletta Fabbricatore, come ulteriore segno di una volontà comune di trasformare un principio in azione.
L’idea di un Manifesto della Gentilezza nasce precisamente da questa esigenza: dare una forma condivisa a un valore che rischia, altrimenti, di rimanere confinato alla dimensione delle buone intenzioni.
L’arte può contribuire a questo processo perché possiede una capacità particolare: quella di creare uno spazio nel quale le persone possano fermarsi, guardare, ascoltare e confrontarsi.
È forse questo il significato più profondo della mostra.
“La gentilezza del gesto” non chiede semplicemente allo spettatore di osservare delle opere che parlano di gentilezza. Gli propone, piuttosto, di interrogarsi sul proprio modo di stare nel mondo.
Perché la gentilezza, prima ancora di essere un tema da rappresentare, è una scelta. E ogni scelta, quando diventa collettiva, può trasformarsi in cultura.
Il percorso proseguirà con nuove tappe in diverse città italiane, nella convinzione che un gesto individuale possa diventare il principio di una trasformazione più ampia.
Un gesto gentile non cambia necessariamente il mondo. Ma può cambiare il modo in cui scegliamo di abitarlo.
Nell’attesa vi invitiamo a vistare la sede.
C.M.


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