“FOGGIA – LUCERA – CAMPOBASSO – ROMA”: la Statale 17 che collega sei Conventi, dimore di Padre Pio da Pietrelcina.

Agli inizi degli anni ’60, vennero poste le fondamenta politiche, per discutere la possibile realizzazione della “Superstrada” a scorrimento veloce Bari-Roma. Storicamente questa infrastruttura viaria congiunse l’Adriatico al Tirreno. Partendo dalla città di Foggia, la “Superstrada”, attraversando parte della vasta “Piana del Tavoliere”, si dirige verso i dolci pendii collinari dei Monti della Daunia settentrionale, collegando direttamente la Regione Puglia con altre due regioni: la Campania ed il Molise. Una “super-arteria” che attraversa anche le verdeggianti vallate del basso Molise e della provincia di Isernia, ed è conosciuta come la Strada Statale 17: “Foggia-Lucera-Campobasso-Roma”. Un asse viario che straordinariamente lambisce ben sei conventi che hanno ospitato Padre Pio prima che giungesse a San Giovanni Rotondo concluse la sua “missione terrena” dopo 52 interrotti anni. La “Foggia-Lucera-Campobasso-Roma” per i fedeli è la superstrada di Padre Pio. 
E sulla cui realizzazione sono stati versati fiumi di inchiostro. Tutte le strade portano a Roma, e se l’ingegneria civile degli antichi romani, resta ancora oggi un valido punto di riferimento, quella moderna, in tema di agibilità e di sicurezza, lascia molto a desiderare. E se ponti, viadotti, e assi viari realizzati dai romani – che avevano intuito che l’economia si regge sulla viabilità – restano tutt’oggi solidi modelli di ingegneristica, quelli costruiti negli ultimi 70 anni, diventano sempre più oggetto di inchieste di cronaca e di tragedie. È nel dopoguerra, agli inizi degli anni ’50 che inizia un vasto programma di risanamento e di riprogettazione della rete stradale nazionale. Si rendevano necessarie sviluppare nuove “vie di comunicazione”. Il Governo italiano, in quegli anni, attraverso l’azione del Ministero dei Trasporti, approfondì gli studi riguardanti le pianificazioni di sviluppo del territorio al fine di velocizzare il trasporto delle merci su strada: venne realizzata nel Mezzogiorno d’Italia la “Superstrada” Bari-Roma. E nel 1964 si realizzò la Milano-Napoli: l’ “Autostrada del Sole”. Quell’epocale successo di immagine italiano nel mondo, che unì l’Italia da Nord a Sud, fu decretato da una irripetibile azione sinergica della politica nazionale con le Amministrazioni locali. E, lo studio della sicurezza delle infrastrutture stradali, era ed è un obiettivo fondamentale per la sicurezza degli automobilisti. Trasporto su gomma ed anche su ferro: il collegamento ferroviario Foggia-Lucera-Campobasso. Il progetto studiato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mai discusso. Affrontiamo questi temi in una nuova intervista con Giuseppe Zingarelli, storico, ricercatore e studioso di Padre Pio. Parlando della “Foggia-Lucera-Campobasso-Roma”, che tocca i conventi di Padre Pio da Pietrelcina: strutture che sono patrimonio dell’architettura storico-religiosa italiana. Della “Transumanza”, patrimonio immateriale dell’umanità (a Padre Pio piaceva molto). Legami con la Bibbia: circa 32 secoli fa, i Figli di Israele fuggirono dall’Egitto. Il loro viaggio nel deserto, prima di arrivare nella Terra Promessa, durò circa 40 anni. In una lettera ad una sua figlia spirituale, Padre Pio da Pietrelcina, nel 1917, anno dell’apparizione della Madonna a Fatima, le rivelò che il viaggio degli Israeliti al massimo poteva durare 45 giorni.  Peraltro, l’avvocato Zingarelli è stato nel 2016, diretto protagonista di una vicenda che interessò la “Superstrada” di Padre Pio”.

1) Quale è la genesi della Superstrada “Foggia-Lucera-Campobasso-Roma”? Un’arteria stradale a scorrimento veloce che collega il “Tavoliere delle Puglie”, seconda pianura più grande d’Italia dopo la “Pianura Padana”, a Campobasso, Isernia e Roma. Interagendo “viariamente” anche con i comuni del basso Fortore nella Regione Campania e con la direttrice che conduce in Abruzzo. 

La Strada Statale 17, era in passato un’arteria stradale tortuosa ed obsoleta. Fu trasformata in una “Superstrada” a scorrimento veloce, mediante modifiche di tracciato e trasformazioni strutturali. Molteplici motivazioni indussero politici e tecnici progettisti ad attuare una stretta collaborazione al fine di individuare il tracciato stradale che avrebbe assicurato certezza di sviluppo al Mezzogiorno d’Italia. La storia narra che non fu affatto semplice arrivare a realizzare la “Superstrada” Bari-Roma. Vorrei a riguardo, porre in essere soltanto una precisazione. L’attuale Strada Statale 17 assume questa denominazione fino al confine con la Regione Molise. Quando si entra in territorio molisano, in realtà, si continua a percorrere la Strada Statale 645. Cosicché, congiungendo la Strada Statale 17 alla Strada Statale 645, otteniamo il collegamento stradale Foggia-Campobasso. Il quale, altro non è, che un segmento viario della “Superstrada” Bari-Roma, a sua volta composto da altre due arterie o tronchi stradali: il Bari-Foggia e il Campobasso-Isernia-Venafro-San Vittore. “San Vittore” è il casello autostradale che consente di immettersi sull’Autostrada A1, Napoli-Roma, per raggiungere la Capitale. Da Isernia, si configura la Dorsale Appenninica, dalla quale trae origine una duplice direttrice stradale. Una “direttrice” consente di entrare nella Regione Abruzzo, attraverso lo svincolo di Sulmona, mentre la seconda “direttrice” consente la percorrenza in direzione Cassino e quindi l’ingresso nella Regione Lazio. L’arteria stradale “Foggia-Campobasso” è la direttrice SS17, denominata tecnicamente, “dell’Appennino Abruzzese ed Appulo Sannitico”. E’ una strada importante con una storia importante.

2) Come si giunse alla individuazione del tracciato che permise la successiva realizzazione di questa “Superstrada”?

Considerando e rivalutando l’oggettività dei dati storici. Attraverso studi che permisero di comprendere sul territorio che, il “triangolo” che poteva originare il sorgere di un processo di sviluppo del Mezzogiorno, era quello compreso tra Bari, Napoli e Roma. Infatti, il progetto iniziale strutturato verso la metà degli anni ’50, nacque dalla necessità prioritaria di sviluppare collegamenti stradali e ferroviari soltanto per i territori del Sud Italia che potevano assicurare uno sviluppo socio-economico. Quella “Pianificazione di sviluppo”, individuò sostanzialmente tre regioni: la Puglia, la Campania ed il Lazio. Ragioni storiche influirono su questa decisione tecnico-politica. Ragioni che effettivamente affondano le proprie radici fin dall’antichità, quando la via Appia Antica, nel suo lungo tracciato da Roma a Brindisi, toccava la Daunia nel suo estremo Sud, cioè presso l’attuale paesello di Rocchetta Sant’Antonio, in provincia di Foggia. Il tratto da Benevento a Taranto fino a Brindisi andò in disuso fin dai tempi del Primo Triunvirato, un accordo politico stipulato nel 60 a.C. tra Giulio Cesare, Crasso e Pompeo Magno, in quanto si preferì deviare presso il cuore della Daunia, dove i percorsi erano più comodi e facili. Di questa naturale deviazione si giovò l’imperatore romano Traiano, quando dedicò le sue cure al ripristino delle comunicazioni viarie dell’epoca tra Roma e Brindisi. Traiano rispettò il tracciato Roma-Capua-Benevento e poi deviò per facilità e comodità di percorso, verso la naturale strada della Daunia che veniva toccata presso Aecas, l’attuale paese di Troia ed Herdoneas, l’attuale Ordona, entrambi in provincia di Foggia. Quindi per Venusia, l’attuale Venosa, puntava su Barium, cioè Bari, fino a proseguire oltre. Anche le popolazioni dell’Irpinia, del Vulture e gran parte dell’entroterra lucano passavano per la via Traiana, transitando per la Daunia, attraverso Herdoneas. L’eccezionale posizione geografica, la facilità delle comunicazioni attraverso il suo territorio, e quella di poter costruire strade in pianura e le potenzialità economiche della Daunia e della sua metropoli, all’epoca Arpi, venivano ampiamente sfruttate da Roma per i collegamenti con il Sud e con l’Oriente, individuato dalla direzione per Bari.

3) La storia antica già individuava questi territori come potenzialmente utilizzabili per i traffici e gli scambi commerciali.

Esattamente. E non sorprende il dato oggettivamente incontestabile, che fosse proprio la “Piana del Tavoliere” ad avere un’importanza strategica. Infatti, qualche tempo dopo, nei pressi di Arpi, sorse la città di Foggia, che di lì a poco ebbe un immediato e rapido sviluppo. Per la sua posizione strategica, Foggia, qualche secolo dopo i suoi natali, fu scelta quale sede imperiale da Federico II. Nel 1882, lo storico tedesco Gregorovius scriveva che, già al tempo degli Hoenstaufen, Foggia era in una posizione talmente centrale e vantaggiosa che non poteva essere esclusa dalle grandi strade di comunicazione del tempo, le quali conducevano ad Ancona, Napoli e Roma da una parte, e a Bari e Brindisi dall’altra. Emerge un fatto rilevante. Lo conferma la storia stessa. In ogni tempo della storia dell’Impero Romano, venne riconosciuta la centralità della posizione geografica del capoluogo della Daunia, tale da non poterla più escludere dalle grandi vie di comunicazione. La conferma di ciò si ebbe nel 1950, a Ginevra, dove la programmazione delle grandi arterie internazionali allestita dai rappresentanti delle Nazioni Unite previde che, nel Mezzogiorno d’Italia, la “Direzione Tirrenica” e la “Direzione Adriatica” dovevano essere congiunte dal segmento viario e ferroviario, Napoli-Foggia. Molti “tavoli tecnici” convocati presso la Prefettura di Napoli tra il 1951 e il 1953, e successivamente presso gli Uffici del Ministero dei Trasporti e dell’Aviazione Civile a Roma, tendenti ad approfondire il miglioramento della viabilità regionale interna della Campania, convalidarono a pieni voti la eccezionale posizione geografica di Foggia. Vennero redatte dettagliate relazioni tecniche che avallarono, per il futuro sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, la costruzione di tre tronchi stradali. Il primo tronco avrebbe realizzato il collegamento stradale Bari-Napoli. Il secondo collegamento sarebbe stato attuato con la costruzione del tronco stradale Bari-Roma. La costruzione del terzo tronco avrebbe delineato il collegamento stradale Napoli-Roma. Anche a Roma, presso il Ministero dei Trasporti, vennero ratificate le stesse decisioni. Questi avalli riguardarono al contempo anche i collegamenti ferroviari.

4) Perché si decise di realizzare la Strada Statale 17?

Perché alcuni eventi sensibilizzarono gli ambienti politico-amministrativi di più regioni del Mezzogiorno d’Italia. Paradossalmente questi eventi furono generati dal popolo molisano.  Fu il Molise ad ergersi a protagonista indiretto. Fu il popolo molisano ad accendere le sinergie politiche che permisero l’attuazione degli studi prospettanti la realizzazione della strategica “Superstrada” Bari-Roma. Le genti molisane si attivarono per chiedere allo Stato italiano l’autonomia regionale, cioè il distacco dalla Regione Abruzzo.

5) I molisani furono i protagonisti di un’azione politica che mutò, in un certo senso, la storia dei collegamenti nel Meridione italiano?

In un certo senso fu così. Perché l’ottenimento dell’autonomia regionale, portò il Molise ed i suoi rappresentanti politici, a porre in essere richieste decise e circostanziate al Governo nazionale riguardo alla attuazione delle “programmazioni” stradali. Le regioni del Meridione d’Italia compresero che per superare gli squilibri tra il Nord e il Sud del Paese dovevano impegnarsi ad inter-collaborare tra loro realizzando opere strutturali di comune interesse. Fu un Ente ad avere un ruolo fondamentale in questa vicenda: l’Ente “Fiera del Levante” di Bari. Per sua iniziativa, il 26 giugno 1965, venne organizzato un convegno presso la Camera di Commercio di Foggia in cui si riunirono i parlamentari, gli amministratori locali ed il ghota di tre regioni, cioè la Puglia, il Molise e il Lazio, per discutere, in virtù della autonomia regionale riconosciuta dallo Stato al Molise nel 1963, la realizzazione di una “Superstrada” che avrebbe favorito lo sviluppo sociale, agricolo e industriale di queste tre regioni. Questa “Superstrada”, all’epoca si calcolò avrebbe collegato rapidamente Bari a Roma in meno di cinque ore, percorse con un’auto di media cilindrata, interessando congiuntamente le città di Foggia, Campobasso, Isernia e Cassino. La costruzione della “Superstrada” avrebbe favorito la collocazione delle numerose produzioni ortofrutticole ed agricole della Capitanata e del Molise sui mercati della Capitale. Altre due regioni italiane furono interessate indirettamente alla realizzazione di questa infrastruttura stradale: la Campania e l’Abruzzo. Vorrei precisare che nel 1965, la “Superstrada” Bari-Roma rappresentava per il Mezzogiorno d’Italia quello che per il Nord rappresentava, nello stesso periodo, il collegamento stradale Bologna-Milano. L’Italia settentrionale, infatti, costruì le sue fortune sociali, economiche ed industriali proprio grazie alla realizzazione di quella fondamentale arteria stradale. Allo stesso modo, il Governo italiano comprese che per lo sviluppo agricolo ed industriale dell’Italia meridionale era necessario realizzare una specie di “autostrada interna” che attraversando tre regioni italiane, cioè la Puglia, il Molise e il Lazio, consentisse il trasposto veloce e la collocazione dei prodotti agricoli ed ortofrutticoli sui mercati posti lungo la trasversale di collegamento “Tirreno-Adriatica”. Sviluppando commercio e prospettive di carattere industriale. In quella conferenza del 26 giugno 1965, il dottor Nola e il dottor De Vita, rispettivamente Presidente e Segretario della Camera di Commercio di Campobasso, posero all’attenzione di quella storica assise, il problema dell’isolamento socioeconomico della neonata Regione Molise, che pur avendo conquistato l’agognata autonomia regionale nel 1963, si ritrovava in una condizione di perfetto isolamento a livello di collegamenti stradali.

6) I politici molisani chiesero di riprogrammare e rimodulare le progettualità dei collegamenti stradali per il mezzogiorno peninsulare.

Esattamente. Per le ragioni esposte innanzi. Le ribadisco. I disagi delle arterie di collegamento stradale nel territorio della nuova Regione non consentivano ai molisani di poter collocare le proprie produzioni agricole e casearie sui più vasti ed appetibili mercati ortofrutticoli del Lazio, della Puglia e della Campania. I parlamentari molisani intavolarono quindi la problematica, legata essenzialmente a due fattori: l’insufficienza delle vie di collegamento stradale e ferroviario unita alle tangibili difficoltà di sviluppo socioeconomiche della novella Regione Molise. Le proposte dei deputati molisani vennero di fatto accolte ed ottennero il consenso favorevole e il forte appoggio della classe politica della città di Bari. Il dottor Vincenzo Lagioia e il dottor Primiano Lasorsa, rispettivamente Presidente e Segretario della Camera di Commercio di Bari, espressero il loro pieno assenso alla deputazione del Molise, unitamente all’allora Presidente dell’Ente “Fiera del Levante”, il dottor Vittorio Triggiani. In quella circostanza si espressero valutazioni e pareri favorevoli alla costruzione della “Superstrada” Bari-Roma, perché avrebbe rilanciato, non solo per il Molise, ma, l’intero sviluppo socio-economico del Sud Italia. Tutti condivisero la realizzazione della imponente infrastruttura stradale. Un successivo convegno organizzato presso l’Ente “Fiera del Levante” a Bari, il 13 settembre 1965, confermò e ribadì la piena volontà di procedere alla realizzazione della “Superstrada” Puglia-Molise-Lazio. A quel convegno parteciparono l’onorevole Giulio Pastore, presidente del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, l’onorevole Sammartino di Roma, il senatore molisano Guseppe Magliano, l’avvocato Giampaolo per la Commissione provinciale-artigianato di Campobasso, l’avvocato Frezza di Frosinone, l’avvocato Cifarelli vicepresidente della Cassa del Mezzogiorno, l’onorevole Monte di Campobasso, il senatore pugliese Giacinto Genco, l’onorevole avvocato Michele Camposarcuno, il professor Zarrelli all’epoca assessore alla provincia di Frosinone, il molisano dottor Crescenzo Di Ricco, l’avvocato Veruola assessore al comune di Bari, l’avvocato Guzzardo vicepresidente dell’Ente “Fiera del Levante” di Bari, il professor Zagami assessore dell’amministrazione provinciale di Bari, gli ingegneri De Santis e Tricarico, il professor Del Viscovo e il professor Pescatore presidente della Cassa per il Mezzogiorno. Certamente la regione Molise ebbe il grande merito di intraprendere e perseguire fino in fondo la sua battaglia, volta all’ottenimento della autonomia regionale. Fu questa insistente richiesta dei molisani a mutare il corso degli eventi, nel senso che senza questa loro vittoria “istituzionale”, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Il Molise si compattò per il raggiungimento di questo obiettivo. Prevalsero le radici storiche delle genti molisane. I molisani non si sentivano abruzzesi. Le ragioni di quella battaglia istituzionale si concentrarono tutte in questo semplicissimo principio. Il 17 settembre 1963, alla “Fiera del Levante” di Bari, fu in programma la “Giornata del Molise”. In quello storico incontro, gli amministratori molisani dichiararono il loro dissenso e la loro stanchezza di continuare a non potersi distaccare dal territorio abruzzese. Infatti, all’epoca esisteva una sola regione: Abruzzi e Molise. E il Molise era rappresentato dalla sola provincia di Campobasso, in quanto la provincia di Isernia venne istituita soltanto successivamente, nel marzo del 1970. Prima ancora di quella conferenza tenuta alla “Fiera del Levante” nel settembre 1965, una pietra miliare fu la conferenza di Termoli. Nell’agosto del 1962, il sindaco di Termoli, all’epoca l’onorevole Girolamo La Penna, chiese ai propri concittadini di poter firmare una petizione e di inoltrarla direttamente allo Stato italiano affinché concedesse l’autonomia regionale al Molise. Quasi 16 mesi dopo, incredibilmente, la battaglia fu vinta. Il 27 dicembre 1963, il Molise ottenne finalmente l’autonomia regionale distaccandosi definitivamente dall’Abruzzo. Un riconoscimento storico. Fu l’unico caso nella storia della Repubblica Italiana in cui si riconobbe ufficialmente l’autonomia di una sola provincia, Campobasso, con conseguente distacco da un’altra regione, l’Abruzzo. Anche gli abruzzesi ebbero un passato fatto di divisione. Infatti, l’Abruzzo fu interessato a sua volta ad una suddivisione altrettanto storica tra “Abruzzo Citeriore” o basso Abruzzo e “Abruzzo Ulteriore” o alto Abruzzo. Una suddivisione amministrativa attuata in “unità territoriale” prima del Regno di Sicilia, poi del Regno delle due Sicilie e poi del Regno di Napoli.

7) Cosa avvenne in seguito per quel che concerne la realizzazione della Superstrada Puglia-Molise-Lazio?.

In un convegno promosso il 15 dicembre 1966 dalla Giunta della Camera di Commercio, dell’ Industria, dell’Artigianato e dell’Agricoltura di Bari, l’onorevole Giulio Pastore prospettò che i problemi alla viabilità, affliggenti parte della provincia di Foggia, l’intero Molise e parte della provincia di Frosinone, sarebbero stati superati attraverso la realizzazione di questa “Superstrada” che avrebbe collegato l’Adriatico al Tirreno, congiungendo Bari, Barletta, Foggia, Campobasso e Isernia a Roma, attraverso il casello autostradale di San Vittore. E attraverso la Dorsale Appenninica, con lo svincolo per Sulmona, la Strada Statale 17 “dell’Appennino Abruzzese ed Appulo Sannitica, avrebbe raccordato per vie interne la Regione Abruzzo al Molise ed alla Puglia. L’onorevole Pastore affermò che proprio in quel periodo si stava studiando un tracciato prevedente anche la realizzazione di una galleria sulla statale 17 Appulo-Sannitica, nel territorio della provincia di Foggia, in agro di Volturino. Parliamo dell’attuale Galleria “Passo del Lupo”. Il costo totale dell’opera, prevedente una modifica al tracciato della vecchia Strada Statale 17 più i costi della galleria, sarebbe stato di oltre 5 miliardi di lire. In quello stesso periodo, il 28 dicembre 1966, l’Amministrazione Provinciale di Foggia, guidata dall’avvocato Bernardino Tizzani, discuteva l’ammodernamento della viabilità Foggia-Lucera, mentre al contempo a Bari, si era deciso di voler sopprimere il collegamento ferroviario sulla stessa tratta. Il Presidente del Consiglio dei ministri dell’epoca, Aldo Moro, cercò di mediare la questione, perché il governo centrale aveva stanziato consistenti finanziamenti per il rilancio del Mezzogiorno. Il titolare del dicastero interessato, cioè il Ministero dei Trasporti e dell’Aviazione Civile, era all’epoca l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, futuro Presidente della Repubblica, il quale inviando una lettera all’onorevole De Capua, gli comunicava la soppressione della linea ferroviaria Foggia-Lucera, in quanto a livello di collegamento stradale, Foggia e Lucera si sarebbero raccordate alla nascente “Supertrada” Puglia-Molise-Lazio. Scalfaro, in compenso, garantì all’onorevole De Capua che sarebbe stato ammodernato e allargato il tronco stradale di collegamento tra il capoluogo dauno e la cittadina federiciana, informando di ciò anche i vertici dell’ANAS. Fu in questo clima di generale entusiasmo che iniziarono i lavori della “Superstrada” Puglia-Molise-Lazio”, una infrastruttura stradale che in realtà collegava direttamente la Regione Puglia anche alla Regione Campania, attraverso le zone ed ai comuni del basso Fortore in provincia di Benevento ed indirettamente, come accennavo innanzi, alla Regione Abruzzo, in quanto la “Superstrada” previde lo svincolo di uscita in direzione Sulmona, in provincia dell’Aquila.                

8) Sostanzialmente, gli studi tecnici dei progettisti e le decisioni politiche confermate dal Governo dell’epoca, garantirono la riqualificazione infrastrutturale dei collegamenti stradali e ferroviari, che assicurarono in seguito un certo sviluppo al Meridione d’Italia.

Di fatto è proprio così. La storia ci insegna e ci ha sempre dimostrato in tal senso, che una periodica ed oculata riprogrammazione e riqualificazione tecnica delle “vie di comunicazione”, ha sempre generato e garantito una proficua dinamicità sociale, economica ed industriale di un determinato territorio e di una determinata area geografica nazionale. Le riprogrammazioni infrastrutturali sono essenzialmente dei riadeguamenti miranti tecnicamente a modernizzare i collegamenti stradali e ferroviari di un dato contesto territoriale. La buona politica cerca sempre di favorire il progresso sociale ed economico di un Paese. Senza adeguate ed efficienti “riprogrammazioni infrastrutturali” una nazione non può intraprendere e percorrere nuove direzioni di sviluppo sociale ed economico. I collegamenti stradali, l’efficienza delle vie di comunicazioni, l’efficienza delle infrastrutture viarie sono un tema importantissimo. Direi vitale per il progresso di un Paese. Costruire infrastrutture viarie sicure e di qualità è un concetto probabilmente ancora non molto compreso e acquisito in Italia. Costruire strade, ponti, viadotti e gallerie sicure e di qualità significa sintonizzarci con un nuovo orizzonte culturale che probabilmente in Italia ancora non ha posto solide radici.       

9) La rete viaria è una componente fondamentale in tal senso.

Non ci sono dubbi a riguardo. Storicamente parlando, furono le statistiche ANAS del 1955, in Italia, a far notare chiaramente che, un Paese desideroso di intraprendere un programma di rinascita sociale e di sviluppo industriale, non poteva prescindere dal mettere in atto una politica di armonico riassetto della rete stradale. Questo progetto di “ripensamento viario” doveva al contempo assolvere e risolvere al meglio i problemi della viabilità in funzione del generare un nuovo sviluppo dei collegamenti e della mobilità del Paese. Furono quelle statistiche ANAS del 1955 ad indurre il Governo italiano a pensare alla costruzione di una nuova arteria autostradale. Infatti nel 1964 tutto questo si espresse concretamente attraverso la realizzazione della” Autostrada del Sole”: la Milano-Napoli. Essa fu costruita in sintonia alla meravigliosa struttura geo-morfologica del nostro Paese. Fu un successo strepitoso, perché rilanciò una fortissima immagine turistica dell’Italia nel mondo. Fu un successo “Made in Italy”. 

10) Sappiamo che lei è stato al centro di una particolare vicenda correlata alla Strada Statale 17, “Foggia-Campobasso-Roma”, dove ha richiamato l’attenzione delle autorità preposte affinché si attivassero per porre in sicurezza alcuni viadotti e ammodernare una galleria.

Si è vero. Confermo.

11) Vorrebbe parlarci di questa vicenda se possibile?    

Per lungo tempo l’intera arteria stradale Foggia-Lucera-Campobasso, fino al confine con la Regione Molise, presentava vistose sconnessioni ed evidenti ammaloramenti del piano stradale. Nel settembre del 2016 scrissi una lettera ai Compartimenti ANAS della Regione Puglia, e per conoscenza anche ad altre autorità regionali e nazionali, tra i quali la Prefettura di Foggia e di Campobasso, ed i Presidenti della Regione Puglia e Molise, affinché si attivassero per porre rimedio alla indecorosa situazione della sede stradale. Inoltre, in questa lettera, segnalavo anche altre tre precise situazioni: le condizioni di visibile degrado presenti all’interno della Galleria “Passo del Lupo”, cui fecero seguito, dei pericolosi distacchi di calcinacci dalla volta dello stesso tunnel; nonché alcuni viadotti in stato di evidente fatiscenza strutturale, mentre nel territorio della Regione Molise, segnalavo un tratto di strada costantemente interessato da un annoso problema di carattere idrogeologico, causa di ricorrenti movimenti franosi della sede stradale, nell’agro del comune di Pietracatella, in provincia di Campobasso. Da oltre 50 anni questa frana è conosciuta in tutta la Regione Molise come la “Frana di Pietracatella”. Del resto, se pensiamo a quanto accadde il 14 agosto 2018 a Genova, la sensibilità al cospetto di questa problematica si acuisce. Il crollo del Ponte Morandi, che uccise 43 persone, delinea un tema sempre attuale. Dalla volta della Galleria “Passo del Lupo”, si distaccarono pericolosamente dei calcinacci. Il distacco fu causato da una lesione nella calotta della galleria dopo una prima riapertura dello stesso tunnel al transito veicolare. Il tunnel venne poi interdetto al transito per altri 40 giorni. Gli stessi identici distacchi si verificarono nella Regione Liguria, quando il 30 dicembre 2019, due tonnellate di detriti si distaccarono dalla volta della Galleria Bertè, sulla A26, tra Ovada e Masone, in direzione Genova. Anche in quella circostanza, come per la Galleria “Passo del Lupo”, fortunatamente nessun automobilista ne rimase coinvolto. Quelle situazioni le portai a conoscenza della Procura di Foggia. Nonostante le mie segnalazioni, all’inizio, la situazione non mutò. Mediante invio di ulteriori missive alle autorità già informate in precedenza, continuai a segnalare le situazioni di degrado osservate in precedenza, inoltrando le lettere anche alla Presidenza della Repubblica, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. In seguito, le situazioni di fatiscenza strutturale da me denunciate al Procuratore Ludovico Vaccaro e al Procuratore Nicola D’Angelo, presso la Procura di Foggia e la Procura di Campobasso, vennero accertate e verificate dalle autorità interpellate. Venne riasfaltata la “Superstrada” SS17 Foggia-Lucera-Campobasso, vennero ispezionati, verificati e messi in sicurezza dal Compartimento ANAS Regione Puglia, dopo oltre due anni di lavori, altri viadotti della stessa Superstrada 17 a partire dal viadotto “San Felice”. Nonostante le promesse di interventi idonei ad ammodernare la Galleria “Passo del Lupo”, che mi furono assicurati dai dirigenti della “Società Coordinamento Territoriale Adriatica”, permangono ad oggi le evidenti situazioni di fatiscenza all’interno di detto tunnel, che peraltro, continua ad essere costantemente interessato al suo interno da vistose infiltrazioni di acqua che ristagnano ai suoi lati. Inoltre, questa importantissima infrastruttura che collega direttamente ben tre Regioni, la Campania, la Puglia ed il Molise, ed indirettamente altre due, l’Abruzzo e il Lazio, è internamente del tutto priva della impiantistica antincendio e della impiantistica di ventilazione. Per quanto riguarda la “Frana di Pietracatella”, in Molise, le autorità nazionali avevano già pubblicamente annunciato nell’ottobre del 2017, la costruzione di un nuovo tronco che sostituisse e bypassasse a valle, il tratto stradale dissestato dal movimento franoso, ormai perenne, mediante la realizzazione di un nuovo tronco stradale, per il quale sarebbero stati stanziati 25 milioni di euro. Anche in questo caso, la “Frana di Pietracatella”, attualmente non è stata ancora bypassata. La costruzione del “nuovo tronco stradale” continua ad essere una chimera. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tra l’altro, circa venti anni fa, studiò un progetto di fattibilità per realizzare un collegamento ferroviario tra le città di Foggia, Lucera e Campobasso. Questo progetto è rimasto fermo e della sua realizzazione non si è più parlato.

12) La Strada Statale 17, Foggia-Lucera-Campobasso, espressione del più lungo segmento viario della Superstrada Bari-Roma, è una strada statale importante non soltanto per il collegamento interno del Meridione d’Italia.

Si. La particolarità di questa Strada Statale 17, o se vogliamo dirla in altro modo, di questo segmento della “Superstrada” che collega l’Adriatico al Tirreno, è oltremodo singolare. In quanto è la strada che conduce a molti dei conventi nei quali dimorò Padre Pio da Pietrelcina nel corso del suo cammino religioso, prima di approdare definitivamente al convento di San Giovanni Rotondo. Siamo al cospetto di uno straordinario itinerario stradale che collega i conventi che videro Padre Pio da Pietrelcina dimorare nel corso del suo movimentato e articolato percorso religioso. I conventi di Padre Pio dovrebbero essere considerati come “Patrimonio dell’Umanità”, in quanto rappresentano un esempio di architettura e di storia religiosa di grande importanza per l’Italia. In questi conventi dove passò il Santo frate, peraltro, accaddero fatti ed eventi insoliti, misteriosi, inspiegabili alla ragione. Taluni di questi accadimenti sono più o meno conosciuti, altri meno noti, taluni altri del tutto sconosciuti.

13) Partendo dal capoluogo dauno, vogliamo ripercorrere la Strada Statale 17, considerando storicamente le tappe del cammino di San Pio che lo videro dimorare nei conventi raccordati “viariamente” da questa arteria stradale di collegamento interregionale?

Partendo da Foggia in direzione Campobasso, dopo 16 chilometri si arriva nella cittadina federiciana di Lucera. Continuando a percorrere la SS17, si arriva al bivio che conduce al paese di San Marco la Catola, in provincia di Foggia. Proseguendo innanzi, dopo qualche altro chilometro, si entra nella Regione Molise, dove si incontra una rotatoria che presenta una duplice percorribilità. La prima percorribilità conduce a Riccia, in provincia di Campobasso, la seconda conduce al bivio che permette l’accesso al paese di Sant’Elia a Pianisi, sempre in provincia di Campobasso e consente anche di proseguire direttamente in direzione Campobasso. Percorrendo la rotatoria in direzione Riccia, questa direttrice stradale conduce anche a Morcone, in provincia di Benevento. Queste località citate, cioè San Marco la Catola, Sant’Elia a Pianisi e Morcone sono località nei cui conventi dimorò Padre Pio da Pietrelcina.   

14) Ripercorriamo il cammino di Padre Pio in ciascuno di questi conventi collegati dalla Strada Statale 17.

La città di Foggia fu una tappa del cammino di Padre Pio da Pietrelcina. Nella città del Tavoliere, Padre Pio dimorò nel convento dei frati cappuccini di “Sant’Anna”. La chiesetta annessa al convento foggiano è ‘intimamente’ legata al convento di Santa Maria di Costantinopoli. Nel 1611, termine della sua costruzione, essa avrebbe dovuto essere intitolata a Santa Maria delle Grazie, ma venne poi intitolata alla Vergine di Costantinopoli. In seguito, il piccolo tempio fu ampliato e furono annesse delle cappelle gentilizie. In una di queste cappelline, la Cappella Celentano, si verificò la prima apparizione della Madonna dei Sette Veli. La Madonna apparve a Foggia in occasione di un evento calamitoso. Nel 1731 la città venne distrutta quasi interamente da un violento terremoto. In quella apparizione la Madonna confortò il popolo foggiano, promettendo in quella dolorosa circostanza, che la città sarebbe stata protetta e che mai più sarebbe stata distrutta da un sisma. La chiesetta venne consacrata e dedicata a Sant’Anna, madre della Madonna, soltanto nel 1916. Anno in cui qui vi giunse Padre Pio per assistere spiritualmente la nobildonna Raffaelina Cerase, gravemente ammalata in quanto affetta da un tumore. Padre Pio arriva a Foggia il 17 febbraio del 1916, accompagnato da padre Agostino Daniele, uno dei suoi due padri spirituali. Chiamato alle armi nel novembre 1915 ed assegnato alla X compagnia di Sanità a Napoli, il Santo frate dal 18 dicembre è in licenza di convalescenza per un anno, a causa dei gravi problemi di salute che lo affliggeranno insieme a tormenti di carattere spirituale. In precedenza, Padre Pio era stato nel convento di Venafro e da lì era ritornato nuovamente a Pietrelcina. Quando giunge a Foggia, Padre Pio si trova in un momento molto delicato della sua vita. Si trova sospeso tra l’amore geloso dei suoi paesani che non vorrebbero più lasciarlo andare via e la tenacia del Padre Provinciale, tra l’altro suo direttore spirituale, cioè Padre Benedetto Nardella, il quale pur comprendendo che il Signore sta operando il lui qualcosa che ancora non si manifesta chiaramente si trova al cospetto della decisione del Ministro Generale dell’Ordine di voler ‘esclaustrare’ Padre Pio. In altre parole, non si tollerava quasi più che Padre Pio a causa della sua pur malferma salute, non avesse una sua stabile collocazione in convento, in virtù del fatto che appena non si sentiva bene in salute lo si lasciava tornare a casa sua, a Pietrelcina. La grave malattia di Raffaelina Cerase, con la quale il Santo frate già da tempo intratteneva rapporti epistolari, funse da provvidenziale occasione di uscita da una situazione divenuta ormai insostenibile sia per lui che per i suoi diretti superiori. Una situazione che avrebbe avuto poi degli esiti imprevisti. Padre Pio accetta di lasciare Pietrelcina e datosi appuntamento alla stazione di Benevento con Padre Agostino, giunge in treno a Foggia. Qui troverà ad accoglierlo il Ministro Provinciale Padre Benedetto Nardella che gli intima di rimanere nel convento di Sant’Anna “vivo o morto”. Nel pomeriggio, il Frate andrà subito a trovare donna Raffaelina, convalescente da una operazione chirurgica resasi necessaria per asportarle un tumore al seno che non aveva rallentato di progredire. Questo episodio segna l’incontro di due anime che la lunga corrispondenza epistolare rese in quel momento straordinariamente vicine nella sofferenza. Padre Pio si recherà ogni giorno a casa dell’inferma, la quale abitava con la sorella, Giovina Cerase, in un palazzo signorile, nelle immediate vicinanze del convento. Celebrando spesso la Messa nella cappella privata della famiglia Cerase e fermandosi per lunghe ore al capezzale dell’ammalata, che il Signore chiamerà presso di sé all’alba del 25 marzo del 1916. Padre Pio nel convento di Sant’Anna starà malissimo. Spesso aveva febbre alta. La sua temperatura corporea spaccava i termometri facendoli esplodere. I superiori chiamarono i medici che gli diagnosticarono una tubercolosi. Questa diagnosi spinse la comunità religiosa ad adottare più di qualche misura prudenziale dal punto di vista sanitario. Inoltre, a Foggia si verificarono strani ed inspiegabili fenomeni, in special modo la sera. Mentre Padre Pio si ritirava nella sua cella, si udivano tremendi rumori insieme a colpi fragorosi. Quando accorrevano nella sua cella per verificare cosa stesse accadendo, i suoi confratelli lo trovavano ansimante, pallido, sudato e spossato nel fisico. Sembrava dovesse spirare da un momento all’altro. Padre Nazzareno d’Arpaise, suo superiore, un giorno gli intimò per obbedienza di dargli una spiegazione riguardo a tali sconcertanti episodi. Fu in quella occasione che Padre Pio gli rivelò, per obbedienza, delle furibonde lotte che egli ingaggiava con il maligno, il quale lo induceva in tentazione, utilizzando qualunque espediente, pur di indurlo a peccare. Padre Pio, pur di non cedere, ricorreva all’aiuto del Signore e con lo scudo della grazia celeste usciva vittorioso da queste durissime lotte. Le quali erano sostanzialmente originate da autentiche esplosioni di rabbia del demonio per la sconfitta che ogni volta rimediava. Nonostante le tribolazioni, Padre Pio a Foggia raduna intorno a sé una turba di anime assetate di Gesù. Sono anime che gli chiedono aiuto, conforto e consolazione sia personalmente che per corrispondenza. La salute non gli dà tregua e continua a peggiorare. In estate il clima della città è caldissimo. Nel luglio del 1916, Padre Paolino da Casacalenda, residente nel convento di San Giovanni Rotondo scende a Foggia, per la predicazione del Novenario in onore di Sant’Anna. Padre Paolino resta impressionato dal pietoso stato di salute di Padre Pio e lo invita a trascorrere qualche giorno nel convento di San Giovanni Rotondo, nella speranza che un po’ di aria montana possa giovare alla salute del suo confratello. Superata un’iniziale titubanza e chiesto il permesso al suo diretto superiore, San Pio accetta l’invito di Padre Paolino. Il pomeriggio del 28 luglio 1916, giunge al convento di Santa Maria delle Grazie, nello sperduto paesello garganico, accolto con affetto dai frati e dagli allievi del seminario serafico. In quella settimana trascorsa sul Gargano Padre Pio sta meglio. Ritornato a Foggia inizia nuovamente a peggiorare in salute. Il maligno incalza e ritorna ad attaccarlo con i suoi furibondi assalti. Ritornano le afflizioni fisiche e spirituali. Il Santo frate vive giorni difficili. Avverte che non resisterà a lungo in quella condizione. Il 13 agosto 1916 scrive una lettera al Ministro Provinciale e gli chiede di ritornare per un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo. In quella lettera, Padre Pio specifica al suo diretto superiore una cosa che egli mette per iscritto nella sua missiva: “Gesù mi assicura che starò meglio”. Il Signore ha deciso. Padre Pio andrà a San Giovanni Rotondo. La risposta positiva alla sua richiesta arriverà dopo pochi giorni ed il 4 settembre 1916, sia pur “provvisoriamente”, potrà far ritorno nel convento garganico. Foggia sarà l’ultima tappa di una lunga peregrinazione. In attesa di una risposta definitiva, che arriverà soltanto verso la metà dell’ottobre di quello stesso anno, Padre Benedetto Nardella, superati dubbi e perplessità, circa l’opportunità di tenere un ammalato potenzialmente contagioso a contatto con i giovani seminaristi, decide di rendere stabile la permanenza di Padre Pio sul Sacro Monte del Gargano. Lo invia a San Giovanni Rotondo e gli affida la direzione spirituale dei giovani seminaristi. Fu Gesù a decidere l’indissolubile legame tra il Santo e il Gargano. Un legame che si protrarrà per ben 52 anni, tra sofferenze e amore.            

15) Partendo da Foggia si imbocca un rettilineo che conduce a Lucera. Qui non dimorò Padre Pio.

No. A Lucera non dimorò il Frate del Gargano. Lucera però è ugualmente una cittadina importante. Perché ha visto operare tre religiosi. Lucera è la città che diede i natali a San Francesco Antonio Fasani. Noto anche come “Il Padre Maestro”. San Francesco Antonio Fasani, al secolo Donato Fasani, fu sacerdote e teologo molto stimato e apprezzato. Nacque a Lucera il 6 agosto 1681. Entrò nei frati minori conventuali e completò il suo cammino religioso nel paese di Monte Sant’Angelo sul Gargano, dove emise la professione religiosa il 23 agosto 1696. Qualche tempo dopo fu inviato in Umbria, ad Assisi e, nella città di San Francesco, venne ordinato sacerdote l’11 settembre 1705. Fu protagonista di una intensa attività apostolica dedita alla carità e all’aiuto dei bisognosi. Il “Padre Maestro” venne beatificato a Roma, il 15 aprile 1951, da papa Pio XII. Fu il primo religioso della provincia di Foggia ad essere stato canonizzato. Avvenne il 13 aprile 1986. Fu Papa Giovanni Paolo II ad elevarlo agli onori degli altari della Chiesa di Roma. Il Santo scomparve il 29 novembre 1742. A Lucera, nacque nello stesso anno in cui nacque Padre Pio, il 1887, un’altra religiosa. La Beata Genoveffa De Troia. Una terziaria francescana, che conobbe una lunga sofferenza nel corso della sua vita. Desiderosa di farsi suora, avvertì una voce interiore che le disse: “Tu non diventerai mai suora”. Il Signore le preparerà un’altra via. Da bambina si ammalerà di una malattia incurabile a quei tempi: la lipoidosi. Con il passare del tempo non si alzerà più dal letto. Essa appare, più che distesa sul lettino, distesa sulla croce, secondo le parole di Padre Pio. Nel 1925, Genoveffa ebbe un incontro determinante per la sua vita. Incontra un sacerdote cappuccino che le darà coraggio e la seguirà spiritualmente fino alla sua salita al Cielo, avvenuta l’11 dicembre 1949. Quel frate è Padre Angelico da Sarno, confratello di Padre Pio da Pietrelcina. Nel 1910, sempre a Lucera, operò anche la “Serva di Dio” Rosa Lamparelli. Una donna di preghiera che per la sua umiltà e il suo misticismo somigliava molto a Padre Pio. La chiamavano “La Veggente di Lucera”. Un giorno “Rosinella”, così solevano chiamarla in paese, si recò a San Giovanni Rotondo accompagnando una sua amica che tanto desiderava avere una bambina, ma non riusciva ad avere una gravidanza. La donna pensava di presentare una regolare richiesta di adozione pur di assaporare la gioia della maternità, ma prima volle recarsi a chiedere a Padre Pio se Gesù volesse concederle questa grazia. Rosinella le aveva già predetto che avrebbe adottato una bambina, ma in seguito ne avrebbe avuta un’altra. Le due donne giunsero nel convento di San Giovanni Rotondo. In quel momento Padre Pio era in sacrestia circondato da altre persone e non ebbero possibilità di avvicinarlo. Così si fermarono nell’androne ad attenderlo. Il frate sopraggiunse più tardi e senza mai aver visto prima di allora Rosinella, la fissò e la chiamò per nome. Poi come se la conoscesse da sempre, la benedisse. Rosinella si inginocchiò davanti a Padre Pio e il Santo le sorrise e le diede una carezza. L’amica di Rosa Lamparelli, qualche tempo dopo ebbe una bambina. Rosinella aveva le estasi, parlava con l’Angelo Custode ed ebbe la visione di Gesù e della Madonna. Un giorno il Signore, quando era ancora una bambina, le apparve dinanzi alla sua abitazione, nelle sembianze di un ragazzo e le disse: “Come ti chiami?”. La Lamparelli rispose: “Mi chiamo Rosinella.” Gesù le rispose: “No. tu non ti chiamerai Rosinella, ma Rosa. Sarai la rosa del mio giardino, di te e del tuo profumo mi voglio inebriare.”. E da quel giorno iniziò la storia di questa umilissima donna, che Gesù mise al suo servizio, per la salvezza dell’umanità, nella città di Lucera. Rosinella voleva farsi suora, ma il Signore aveva per lei altri progetti. La tenne umile e povera in una piccolissima casa, dove ella riceveva la gente. Rosinella era al servizio di tutti per confortare, consigliare e rimettere sulla retta via chiunque avesse bisogno di Dio. In quella umile casa Rosinella visse fino a 90 anni, spegnendosi il 12 giugno del 2000. La Madonna, nel 1932, apparve a Rosa Lamparelli nella chiesa di “Santa Caterina” a Lucera. La Santa Vergine le disse che avrebbe avuto in vita la missione di risanare e operare prodigi. Rosinella ancora rivedrà la Santa Madre di Dio, che le confermerà: “D’ora in poi tu sei la sposa del Figlio Mio. Io sono l’Immacolata Concezione. Colei che è apparsa a Bernadette”. La veggente di Lucera avrà ancora visioni della Madonna. Suo fratello, Michele Lamparelli diventerà sacerdote. Anche il maligno si scaglierà contro di lei, esponendola a maldicenze di ogni genere. Ma Rosinella, definendosi sempre una povera ignorante, stette sempre in silenzio, offrendo le proprie sofferenze per la salvezza delle anime. Rosa Lamparelli ricordava sempre alla gente una frase: “Dio esiste. Non è difficile trovarlo, amarlo e seguirlo, anche e soprattutto quando la vita è un mare in tempesta. Poiché solo il Signore è la nostra ancora di salvezza. La Madonna è il nostro faro Luminoso. Essi ci guardano nel buio, ci aiutano in ogni momento e ci tendono le loro mani. Diciamo sempre loro “Vi Amiamo”, e con la nostra volontà esprimiamo l’amore che nutriamo loro. Solo così potremo percorrere la via della santità.”. Continuando a percorrere la Strada Statale 17, si raggiunge il bivio che conduce al convento di San Marco la Catola. Un altro convento di Padre Pio.

16) Nel convento di San Marco la Catola Padre Pio dimorò per molto tempo?.

La prima volta Padre Pio giunse a San Marco la Catola nell’ottobre del 1905 per studiare filosofia. La seconda volta si reca il 9 ottobre 1907 per sostenere gli esami innanzi al Definitorio Provinciale per essere ammesso ai successivi studi di Teologia. La terza volta giunge in questo convento il 15 aprile 1918 e vi resta per un mese, fino al 15 maggio dimorando nella cella numero 8. San Marco la Catola rappresenta un’altra tappa importantissima del cammino religioso di Padre Pio. Il convento venne edificato nel 1585. La piccola chiesetta conventuale è dedicata a Santa Maria di Giosafat. Il profeta Gioele ricorda nel suo libro che, un giorno, le genti di tutte le nazioni saliranno alla “Valle di Giosafat” perché in quella valle verranno giudicate dal Signore. In ebraico, Josaphat, significa infatti “Giudizio di Dio”. Nell’ottobre 1905, Padre Pio e i suoi confratelli compagni di studi, si recano in questo convento per intraprendere il primo anno relativo agli studi di Filosofia. All’epoca il “piano di studi” ecclesiastici, corrispondeva all’attuale prima liceo classico. La durata di questi studi era di circa sei mesi. Padre Pio che già all’epoca non godeva di buona salute fisica, in questo convento inizia a manifestare in modo abbastanza grave i sintomi di ulteriori disagi fisici, associati a strane malattie. I Superiori, su consiglio dei medici, lo trasferiscono da un convento ad un altro nella speranza potesse trovare il clima giusto per la sua guarigione. Qui incontra Padre Agostino Daniele da San Marco in Lamis, che fu suo insegnante e successivamente divenne anche suo direttore spirituale. L’altro direttore spirituale fu Padre Benedetto Nardella, che Padre Pio aveva già conosciuto in precedenza nel convento di Morcone. Un particolare emerge: in questo convento Padre Pio, quando era a pregare in Coro, inzuppava incredibilmente il suo fazzoletto con lacrime di pianto. Egli si immedesimava nelle sofferenze e nei patimenti della Passione di Gesù specialmente il venerdì, giorno della morte in croce del Cristo. In preghiera Padre Pio versava copiose lacrime. L’orazione gli provocava un trasporto tale da isolarlo dal resto del mondo, facendolo ritrovare solo con Dio. E al suo cospetto elevava al Signore la sua richiesta di perdono delle offese arrecate dagli uomini. Padre Pio fu un grande intercessore presso Dio. Una delle motivazioni che alimentava le sue lacrime era proprio l’ingratitudine dell’umanità nei confronti dell’Altissimo. Nel 1894, la Madonna di Giosafat, venerata nel convento di San Marco la Catola, apparendo ad un gruppo di italiani che stava lavorando in una miniera degli Stati Uniti d’America, disse loro. “Io sono la Madonna di Giosafat, uscite subito perché la miniera sta per crollare.”. I minatori si precipitarono immediatamente fuori, appena in tempo per assistere con i propri occhi al cedimento del terreno che li avrebbe chiusi senza scampo in quella profondità del suolo. Infatti, la minierà crollò di schianto. I minatori, quasi tutti nativi di Celenza Valfortore, un paese in provincia di Foggia, diedero testimonianza di quell’evento che fece notizia negli Stati Uniti e venne diffuso dai giornali americani dell’epoca. I minatori di Celenza Valfortore, a seguito di quella apparizione che salvò loro la vita. fecero porre un ex voto, con la data 1894, sullo scudo dell’ornamento in legno contornante il quadro della Madonna di Giosafat, sito al centro dell’altare della chiesetta conventuale di San Marco la Catola. Il 7 febbraio 1942, ancora un gruppo di donne di Celenza Valfortore accorreva orante nella piccola chiesetta-santuario di questo piccolo paese, per ringraziare la Madonna di Giosafat. Ella apparve nel corso della Seconda Guerra Mondiale, durante i combattimenti della Campagna del Nordafrica, in quella che venne chiamata la “Guerra del deserto”. Un gruppo di soldati italiani, furono protetti e salvati dalla Madonna in un impari combattimento in cui si affrontarono le truppe italiane e tedesche da una parte e le truppe Alleate dall’altra. Padre Benedetto Nardella, Ministro Provinciale e direttore spirituale di Padre Pio, per intercessione della Madonna di Giosafat, scacciò gli spiriti maligni da una donna di Roseto Valfortore. A New York, nel 1919, Maria Fascia, nativa di San Marco la Catola, nipote del sacerdote don Michele Fascia, arciprete del piccolo paesino dei monti dauni, sito ai confini del Molise, si era perdutamente innamorata di un aviere americano che non aveva però serie intenzioni di formare con lei una famiglia. L’arciprete parlò della situazione di sua nipote a Padre Benedetto Nardella, il quale nella lettera del 10 aprile 1922, chiedeva a Padre Pio di pregare affinché la nipote dell’arciprete troncasse quella relazione sentimentale. Padre Pio pregò. Maria Fascia, tempo dopo, ebbe due grazie: lasciò l’aviere statunitense e sposò un altro uomo con il quale realizzò il suo sogno di formare una famiglia cattolica. Ebbero tre figli e soprattutto una famiglia felice. Nel febbraio del 1922, una terziaria francescana di San Marco la Catola, Teresa Pantano, assicurò a Padre Benedetto Nardella, che Gesù lo avrebbe aiutato a risolvere un problema ai denti, problema che lo affliggeva da qualche tempo. Padre Pio confermò a Padre Benedetto che quello che Maria Pantano gli aveva assicurato corrispondeva a verità e qualche tempo dopo guarì dai dolorosi fastidi ai denti. Nel marzo del 1922, Padre Benedetto, di ritorno da Napoli, dove si era recato in visita per le cure ai denti, trovò in convento la “citazione di sfratto”, inviata dall’Amministrazione socialista di San Marco la Catola. I frati dovevano andar via dal convento. Padre Benedetto informò Padre Pio, il quale, dopo aver inviato una lettera raccomandata al Procuratore del Re, assicurò al suo direttore spirituale la sua preghiera. Il caso si risolse positivamente. In una lettera del 3 febbraio 1922, Padre Pio rivelò a Padre Benedetto Nardella, di non angosciarsi per alcune questioni inerenti al governo della provincia monastica, in quanto Gesù lo avrebbe aiutato a risolverle. In quella lettera, il Santo Frate rivelò al suo direttore spirituale che sarebbe vissuto ancora a lungo. Infatti, Padre Benedetto salì al Cielo il 22 luglio 1942. Sempre nel marzo del 1922, lo stesso Padre Benedetto Nardella chiese a Padre Pio di pregare per Maria Giuseppina Ciardi, una giovane donna di San Marco la Catola, da anni gravemente malata, madre di tre figli, sposata con Giuseppe Apicella, Segretario comunale del paesino pugliese. Padre Pio pregò per Maria Giuseppina, la quale non superò la malattia. In compenso il frate di Pietrelcina ottenne per ella, dal Signore, la salvezza della sua anima. La signora Ciardi salì al Cielo dopo tre mesi, il 7 maggio 1922. Padre Benedetto Nardella, direttore spirituale di Padre Pio ed al contempo Ministro Provinciale, nelle sue lettere indirizzate a Padre Pio, chiedeva al Santo di pregare anche per molte situazioni di povertà materiale dei figli spirituali di questo paesello e Padre Pio, con la sua preghiera, riusciva anche a non far mancar loro il necessario sostentamento materiale. Fu nel convento di San Marco la Catola che Padre Pio iniziò ad avere la prima vessazione fisica da parte del maligno. Cioè, in questo convento iniziò ad essere picchiato e battuto fisicamente dal maligno. E fu nel convento di San Marco la Catola che a Padre Pio apparve Gesù per sostenerlo nelle prime lotte fisiche contro il demonio. Nel convento di San Marco la Catola, Padre Pio scrisse anche ad una sua figlia spirituale: Antonietta Vona. A questa figlia spirituale, ciociara, nata a Castrocielo, nel frusinate, nel 1917, Padre Pio rivelò che i Figli di Israele, schiavi degli egiziani e liberati da Dio per mano del profeta Mosè, uscendo dall’Egitto circa 3.200 anni fa, vagarono per 40 anni nel deserto, prima di giungere nella “Terra Promessa”. In realtà il Santo rivelò alla Vona che per questi giungere nella Terra Promessa sarebbero stati più che sufficienti 45 giorni. A San Marco la Catola Padre Pio conobbe la Venerabile madre Maria Gargani, fondatrice dell’Ordine delle Apostole del Sacro Cuore.

17) Quando avvenne questo incontro tra il Santo di Pietrelcina e la Venerabile Madre Gargani?

Madre Maria Gargani, nata il 23 dicembre 1892, in un paese in provincia di Avellino, Morra  Irpina, oggi Morra De Santis, era l’ultima di otto figli. La sua famiglia era molto credente. Il padre, Rocco Gargani, e ben due sorelle di Maria, erano insegnanti. Il suo sembrava essere un percorso già ben delineato. Conseguì l’abilitazione magistrale e subito dopo vinse il concorso per insegnare a San Marco la Catola, dove già viveva un’altra sorella di Maria, e cioè Antonietta Gargani. Qui conobbe i due direttori spirituali di Padre Pio: Padre Agostino Daniele e Padre Benedetto Nardella. Sotto la loro guida affiorarono in Maria i primi segnali interiori di una chiamata divina alla vita religiosa. La Gargani, già all’epoca interpellava a riguardo di una sua possibile vocazione religiosa, le sue guide spirituali. Padre Agostino le aveva dato il permesso di poter consultare un suo confratello, per meglio discernere e analizzare i problemi spirituali della giovane insegnante irpina. Maria acconsentì. Un giorno la Gargani ricevette una lunga lettera. La lettera era datata 26 agosto 1916. Ad un certo punto, in quella missiva, Maria legge una frase che le rimarrà scolpita nella mente e nell’anima: “Ricevo la vostra lettera e sono superlativamente lieto di aver conosciuto i vostri preziosi caratteri, in quanto un giorno Gesù mi fece già conoscere la vostra anima.”. Gesù, nei suoi imperscrutabili progetti, aveva già parlato di lei a Padre Pio. Quella lettera era stata scritta a Foggia, nel convento di Sant’ Anna, e recava la firma di Padre Pio. Fu l’inizio di una fitta corrispondenza epistolare tra la futura religiosa e il Santo stigmatizzato. L’incontro personale tra i due avverrà quasi due anni dopo quella lettera. Come detto, innanzi, il 15 aprile del 1918, Padre Pio si recò a San Marco la Catola per parlare con Padre Benedetto di alcune situazioni spirituali che lo tormentavano. Anche Padre Pio stava affrontando un momento delicatissimo della sua esistenza. Alcune spine si erano conficcate dolorosamente nel suo spirito e aveva estremo bisogno di confidarsi con il suo direttore spirituale. Padre Pio rimase un mese nel convento di San Marco la Catola e Maria ne approfittò per rivolgersi al Santo cappuccino con cadenza quasi quotidiana. Nei colloqui con Padre Pio la giovane insegnante riscontrava una continua e costante crescita spirituale tanto che maturò sempre più la decisione di farsi suora. Quando più tardi lo rivelò al Cappuccino Stigmatizzato, che nel frattempo continuava a dirigerla spiritualmente, Padre Pio le rivelò, dopo continue attese e pareri non sempre favorevoli, che era giunto il momento tanto atteso da Maria di realizzare la sua vocazione. Nel 1936 a Volturara Appula, un altro piccolo paese in provincia di Foggia, madre Gargani fondò la piccola Congregazione religiosa della “Pia Unione”. Questa piccola Congregazione crebbe e si estese in Puglia, nel Lazio, in Sicilia, in Toscana e in Campania. La sua sede centrale venne trasferita a Napoli. Il 20 giugno 1956, il cardinale Marcello Mimmi, firmò un decreto mediante il quale trasformò la Congregazione della “Pia Unione”, in un vero e proprio Istituto di suore di diritto diocesano e nel luglio dello stesso anno, la ex insegnante, emise la sua professione perpetua, assumendo il nome religioso di Maria Crocifissa del Divino Amore. Il decreto del 12 marzo 1963, rese l’Istituto delle “Suore Apostole del Sacro Cuore” un Istituto di diritto pontificio. Madre Maria Gargani, cioè madre Maria Crocifissa del Divino Amore, salì al Cielo il 23 maggio 1973. Aveva 81 anni. Scomparve alla stessa età di Padre Pio. Le consorelle della fondatrice irpina, figlia spirituale del Santo stigmatizzato, oggi hanno realizzato il sogno di madre Gargani, che era quello di consentire all’Istituto religioso di varcare i confini nazionali. Oggi questo Ordine religioso è infatti molto attivo nel continente africano. Dal maggio 1992, madre Gargani riposa a Napoli, nella cappella della Casa Madre delle Suore Apostole del Sacro Cuore, a brevissima distanza dalla Basilica della Madonna del Buon Consiglio a Capodimonte. Madre Gargani fu beatificata il 2 giugno 2018, nel Duomo di Napoli, dal cardinale Angelo Amato, su richiesta del cardinale Crescenzio Sepe. Tutta questa vicenda reca il sigillo di Padre Pio. Come del resto un’altra miracolosa guarigione che ebbe protagonista  un’altra donna, molto probabilmente, nativa di San Marco la Catola: Tommasina Colagrossi.

18) Quando si verificò questo ulteriore miracoloso accadimento?                                                  

Accadde nel 1960. Dopo la comparsa di alcuni disturbi, nel 1957, la signora Tommasina Cologrossi effettuò delle visite mediche presso alcuni specialisti. Dai riscontri delle radiografie eseguite le fu riscontrato un angioma al fegato. Per maggiori approfondimenti, alla signora fu detto di recarsi a San Giovanni Rotondo. Giunta in paese, i medici prescrissero alla paziente ulteriori accertamenti diagnostici per i quali si rese necessario il ricovero presso l’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Gli esiti dei successivi accertamenti indussero i sanitari a decidere di sottoporla ad un intervento chirurgico, giacché i clinici compresero che dovevano rimuovere la formazione di una massa cancerogena. Dopo l’operazione la signora Tommasina fu invitata dai medici a ritornare, il mese successivo, presso l’ospedale realizzato da Padre Pio, per essere sottoposta ad una cura mediante bruciature. Da quel momento la signora Colagrossi, impressionata dal suo male, si rivolse in preghiera alla Madonna di Giosafat e da allora continuò nelle sue preghiere. La cura con le bruciature non dette risultati immediati e le condizioni di salute della donna anziché migliorare, peggiorarono sensibilmente. Ciononostante, ella ebbe la forza di continuare a sperare, di recarsi in Chiesa e continuare a pregare. In sostanza fu sostenuta dalla fede. Tommasina era sposata e viveva a Lucera. Si recava a pregare anche nella chiesa di Santa Caterina. Da questo momento la storia acquista un aspetto particolare per gli avvenimenti inusitati, inspiegabili e sconcertanti che si susseguono. Il 5 maggio 1959, reggendosi a malapena in piedi, Tommasina decise di recarsi nella chiesa di “Santa Caterina” a Lucera, per pregare. Nella folla che gremiva il tempio, vide sedersi al suo fianco una signora di mezza età, che lei non conosceva affatto. Questa signora era Rosa Lamparelli, la veggente di Lucera. Ad un tratto a Tommasina parve che la folla si aprisse come per incanto dinanzi a lei e il viso della Madonna, che prima le era nascosto, le apparve in tutta la sua radiosa luminosità. Proprio in quel momento, Rosa Lamparelli, detta anche “Rosinella”, ricevette un messaggio dalla Santa Vergine che fu al contempo udito anche da Tommasina, la quale si rivolse a Rosinella pregandola di intercedere per lei presso la Madre di Dio. A questa richiesta Rosinella rispose a Tommasina che era solo questione di tempo e la sua salute sarebbe migliorata. Alcuni giorni dopo, alla signora Colagrossi, apparve in sogno la Madonna che le disse di continuare ad aver fede. A pochi giorni di distanza, in un secondo sogno, la Santa Vergine rassicurò Tommasina dicendole:” Sei guarita!”. Dovendo recarsi nuovamente a San Giovanni Rotondo per un controllo e proseguire con le cure, ma continuando a sentirsi sempre male, Tommasina si rivolse di nuovo a Rosinella chiedendole cosa dovesse fare. A questa sua domanda, Rosa Lamparelli le rispose: “Stai bene e puoi andare, ma non guarirai completamente, dovrai attendere ancora un poco!”. Nei giorni seguenti, Tommasina si recò all’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” per sottoporsi ad un certo numero di esami, che ebbero tutti esiti negativi. A distanza di due mesi, ad un successivo controllo, la signora Colagrossi risultò perfettamente guarita. La inspiegabile guarigione di Tommasina Colagrossi destò stupore presso i sanitari che di fatto avevano diagnosticato la gravità della patologia tumorale e avevano dato poco tempo da vivere a Tommasina. Una guarigione che vide attivarsi la Madonna e Rosinella Lamparelli, la quale tempo addietro si era recata di persona da Padre Pio per chiedergli la grazia per una signora desiderosa di avere una figlia. Continuando a percorrere la Strada Statale 17, giungiamo al cospetto di una rotatoria, che consente di percorrere la direzione per raggiungere il paese di Riccia, oltrepassato il quale si raggiunge Morcone, in provincia di Benevento, dove si trova un altro convento di Padre Pio, oppure si può continuare a percorrere la direzione Campobasso, dove svoltando ad un bivio si può raggiungere il pesino di Sant’Elia a Pianisi, dove si trova un altro convento di Padre Pio.

19) Vogliamo considerare questi due conventi partendo dal convento di Sant’Elia a Pianisi?       

Nel convento di Sant’Elia a Pianisi, Padre Pio dimorò dal 25 gennaio 1904 al 30 novembre 1907. Questo convento ha una particolarità. È il convento nel quale Padre Pio dimorò più a lungo, dopo quello di San Giovanni Rotondo, dove per 52 anni operò ininterrottamente la sua straordinaria missione terrena di ‘corredenzione’ dell’umanità. Qui il Santo Cappuccino rimase per quasi cinque anni. Sono molti i riferimenti che caratterizzarono il periodo di permanenza del Santo nel paese che porta il nome del profeta Elia. Come prima cosa vorrei sottolineare che Padre Pio, nel realizzare la sua vocazione religiosa, si ispirò a due   importanti frati nativi di Sant’ Elia Pianisi: frà Camillo Colavita e Padre Raffaele, al secolo Domenico Petruccelli. Padre Pio fin da bambino aveva conosciuto frà Camillo, un umile frate questuante, la cui figura e la cui barba lo avevano talmente impressionato da non riuscire quasi più a rimuoverlo dalla sua testa, come lui stesso ebbe più volte a ricordare. Fu l’umile frà Camillo che ispirò Padre Pio a realizzare la sua vocazione religiosa nell’ Ordine di San Francesco d’Assisi. Un altro frate che affascinò molto il Frate di Pietrelcina fu Padre Raffaele da Sant’Elia a Pianisi, detto anche il “Monaco Santo”. Padre Raffaele, ordinato sacerdote nel 1840 a Larino, in provincia di Campobasso, per venti anni operò nel convento di Sant’Elia a Pianisi, dove con una vita di fede esemplare acquisì grande fama di santità. Nel 1949 infatti venne avviato l’iter relativo al processo di beatificazione che si è concluso il 17 giugno 2006, con la consegna degli atti attestanti l’esercizio eroico delle sue virtù, alla Congregazione per le Cause dei Santi. Padre Pio, insieme a frà Anastasio da Roio, accompagnato dal Ministro Provinciale Padre Pio da Benevento, giunse per la prima volta a Sant’Elia a Pianisi, in una freddissima e nevosa giornata di gennaio. In quel convento molisano aleggiava fortemente l’odore di santità di Padre Raffaele, scomparso il 6 gennaio 1901, quindi tre anni prima dell’arrivo di San Pio. La figura di Padre Raffaele influì molto sulla vita spirituale del Frate sannita. Tanto che il 5 aprile del 1956, cioè un mese prima che venisse inaugurato l’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”, San Pio compose una storica preghiera a Padre Raffaele, dove egli ringraziava Dio per aver donato al mondo il “Santo frate del Molise”, confermando di essere stato un forte modello di imitazione nella vita religiosa del Santo pietrelcinese. Il 21 novembre 1891, Padre Raffaele si svegliò in piena notte e iniziò a suonare le campane del convento, dando avviso a tutti i suoi compaesani dell’arrivo di un violento terremoto che danneggiò il paese senza fare vittime. Un altro particolare di rilievo fu che, come nel convento di San Marco la Catola, anche nel convento di Sant’ Elia a Pianisi, Padre Pio piangeva molto vivendo la Passione di Gesù, inzuppando fazzoletti di lacrime. Nel 1904, in questo convento, Padre Pio chiese a Padre Bernardo da Andermatt, all’epoca Ministro Generale dell’Ordine, di poter diventare un frate missionario. Era una sua grande aspirazione, ma il Superiore gli rispose che era presto per discuterne. In realtà, il Signore aveva altri progetti per Padre Pio. Ragion per la quale, anche in futuro, questo suo desiderio rimase irrealizzato. Eventi straordinari ed inspiegabili accaddero nel convento di Sant’Elia a Pianisi. Il 18 gennaio 1905, Padre Pio, verso le ore 23, si trovava in coro a pregare insieme al suo confratello, frà Anastasio da Roio. Incredibilmente, senza sapere come, Padre Pio si ritrovò in una elegante abitazione. Assistette ad una tragica situazione che in quel momento si stava verificando all’interno di quel palazzo signorile. Una situazione che seppe descrivere, ma non seppe mai spiegare razionalmente. Vide un uomo morente e al contempo vide una donna che partorì una bambina. Assistette contemporaneamente al verificarsi di una morte e al nascere di una nuova vita. Un padre moriva mentre una donna partoriva una neonata. A rendergli la visione ancora più strabiliante ed inspiegabile, fu l’apparizione della Madonna, la quale rivelò al Santo che, di quella neonata, né avrebbe desiderata fare un suo personale ornamento. La Madonna disse a Padre Pio: “Un giorno questa creatura ti cercherà, sarà lei a venire da te. Abbine cura. Vi incontrerete a Roma, in San Pietro.”. Poi, questa inspiegabile bilocazione, narrata da Padre Pio nella lettera del 30 settembre 1915 a Padre Agostino, di colpo cessò e il frate di Pietrelcina piombò in una grande confusione. Padre Pio, senza saperlo, era stato ad Udine, nel palazzo dove viveva un affiliato alla Massoneria, il marchese Gianbattista Rizzani, il quale in quel momento era in agonia e si preparava all’incontro con Dio. Sua moglie, Leonilde Serrao, al nono mese di gravidanza, ormai prossima al parto, stava assistendo il marito moribondo quando vide un frate con il volto che sembrava volerla rassicurare dagli eventi che stava per vivere di lì a poco. La donna fu presa da timore in quel suo difficilissimo momento esistenziale. La Serrao udì il cane abbaiare si precipitò in giardino per liberarlo. Mentre lo stava liberando fu colta dalle doglie e, in condizioni incredibilmente precarie, partorì in giardino una bambina. Con una forza che non fu sua, Leonilde prese la neonata fra le braccia e la portò al cospetto del marito, il quale qualche istante dopo aver visto la piccola, spirò. Qualche minuto prima Gianbattista Rizzani aveva ricevuto “l’Estrema Unzione” da un sacerdote, e le sue ultime parole furono: “Dio mio, perdonami!”. La vita e la morte. Sant’Elia a Pianisi, Udine, Padre Pio e la Madonna. Tutto fu collegato in un’istante. Il tutto descritto dalla penna di Padre Pio a Padre Agostino. Un ‘altra bilocazione fa seguito a questa vicenda. In un torrido ed afoso pomeriggio dell’estate del 1922, a Roma, in San Pietro, come gli aveva predetto la Madonna, San Pio incontrerà nuovamente quella bambina. E la incontrerà in confessionale, nuovamente in bilocazione. Intanto quella bambina era diventata una ragazza di 17 anni. La marchesa Giovanna Rizzani, la quale in seguito sposerà il marchese Boschi, con la madre, si erano trasferite a vivere a Roma, dai genitori di Leonida. Attanagliata ed assalita da dubbi di fede, Giovanna Rizzani frequentava le scuole ginnasiali, ma, professori lontani dai precetti della religione cattolica le stavano trasmettendo ideologie atee e razionaliste. La ragazza era caduta in sofferenza spirituale. Un pomeriggio, mentre era in compagnia di una sua amica, volle confessarsi da un sacerdote per chiedergli spiegazioni. Era tardi e si trovava nei pressi della Basilica Vaticana di “San Pietro” che stava per chiudere. Giovanna vide un giovane frate cappuccino al quale chiese se potesse confessarsi. Il frate rispose affermativamente. Entrato nel vicino confessionale, illuminò spiritualmente con le sue spiegazioni la giovane ragazza, dissipando le ombre ed i timori che si erano addensati nella sua anima. Gioiosa per aver ricevuto quella grazia, Giovanna attese che il frate uscisse dal confessionale per ringraziarlo e chiedergli se avesse voluto assumere la sua direzione spirituale. Attese invano. Il frate non uscì. Sopraggiunse il sacrista della Basilica, il quale avendo visto le due ragazze già in precedenza, soggiunse: “Signorine, devo chiudere, venite domani che di sicuro ci saranno i sacerdoti per la confessione!”. Giovanna rispose: “Mi sono già confessata, stavo aspettando che uscisse il frate dal confessionale per ringraziarlo e chiedere chi fosse!”. Il sacrista, sbalordito, le rispose di non aver visto nessuno, perché non era né entrato né uscito nessuno da quando aveva visto le due donne entrare in chiesa. Turbata da quell’evento, Giovanna e la sua amica tornarono a casa. Nell’estate del 1923, avendo sentito parlare di Padre Pio, Giovanna insieme ad altre amiche, accompagnata da una sua zia, da Roma si recarono a San Giovanni Rotondo per conoscere Padre Pio. Il Santo del Gargano, dirigendosi in confessionale, vide Giovanna Rizzani-Boschi, si avvicinò e le disse: “Tu sei Giovanna. Ti conosco già. Io ero a casa tua quando tu sei nata e tuo padre stava morendo.”. Nella confessione del giorno seguente, Padre Pio rivelò a Giovanna quello che lui aveva visto a Udine, in quella sua prima bilocazione del 18 gennaio 1905. Allo stesso modo San Pio rivelò alla ragazza che il frate che aveva disciolto i suoi dubbi di fede nella Basilica di San Pietro era lui. Giovanna rimase sbigottita ed emozionata. Pianse e da quel momento non lascerà più il Santo. Diventerà figlia spirituale di Padre Pio. Accadde un altro episodio incredibile. Anche qui ci fu una terza bilocazione del Santo di Pietrelcina. Qualche tempo dopo, il frate stigmatizzato rivelerà a Giovanna Rizzani-Boschi che un giorno ella sarebbe stata presente nella sua cella e avrebbe assistito alla sua morte. Così avvenne. La nobildonna nel corso della sua esistenza divenne Terziaria francescana con il nome di Suor Jacopa. Questo nome religioso fu scelto per lei da Padre Pio, anche se alla Rizzani-Boschi non piaceva affatto. Padre Pio le spiegò che Jacopa era il nome della nobile matrona romana che ebbe il santo privilegio di assistere alla morte di San Francesco di Assisi.  Il 14 settembre 1968, mentre Giovanna, cioè suor Jacopa, si trovava a Roma, udì la voce di Padre Pio che le disse: “Scendi subito a San Giovanni Rotondo, perché non mi resta molto tempo da vivere, altrimenti non mi vedrai più!”. Questa voce coincide straordinariamente con lo stesso messaggio che Padre Pio fece pervenire, nello stesso periodo, ad un altro suo figlio spirituale: Luigi Gaspari. Il quale su autorizzazione di Padre Pio scrisse un piccolo manoscritto, il “Quaderno dell’Amore”, che rappresenta come un testamento-rivelazione del Santo frate. Anche Luigi Gaspari udì la stessa voce di Padre Pio: “Vieni subito a San Giovanni Rotondo, perché fra qualche giorno non sarò più su questa terra!”. Suor Jacopa, con una sua amica, Margareth Hamilton, raggiunse il paesello garganico. Due giorni dopo si confessò da Padre Pio che le rivelò che sarebbe stata l’ultima confessione che avrebbe fatta con lui. La religiosa non credette molto alle parole del frate. Tanto che offrì al Santo un’offerta in denaro per l’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Padre Pio le rispose di tenere per sé quel denaro in quanto le sarebbe servito perché doveva restare ancora molti giorni in paese. Il 22 settembre 1968, Suor Jacopa e Margareth Hamilton dormono nella stessa stanza d’albergo, a San Giovanni Rotondo. La notte odono forti e prolungati ululati di cani. Suor Jacopa si addormenta e nel sogno vede Padre Pio nella sua cella, che in grande affanno, seduto sulla sua poltroncina, è circondato dal dottor Giuseppe Sala, da Padre Pellegrino Funicelli e da altri confratelli. Nella cella ode una frase nitida e chiara: “Padre Pio è morto”. Suor Jacopa si sveglia bruscamente. È spaventata. Avverte la Hamilton: “Ho sognato Padre Pio. È morto nella sua cella!”. La Hamilton le replica: “Ieri stava bene. Sta serena. È solo un sogno!”. Nella notte, alle 2.30, del 23 settembre 1968, Padre Pio aveva lasciato questo mondo. Altri due incredibili episodi si verificarono nel convento di Sant’Elia a Pianisi.

20) Ce li vuole riferire?

In una calda notte dell’estate del 1905, in questo convento del Molise, nella sua cella, sita quasi alla fine del corridoio, Padre Pio avvertì dei forti rumori provenienti dalla cella attigua, assegnata dai superiori al suo confratello, frà Attanasio. Il Santo teneva la finestra della sua cella aperta a causa della forte calura notturna. Persistendo i rumori il Santo si chiese cosa stesse facendo a quell’ora insolita il suo confratello. Nel frattempo, pensando che stesse pregando, anche Padre Pio iniziò a recitare il Rosario. Spesso con frà Attanasio faceva a gara a chi pregasse di più. Ad un tratto però il Santo si insospettì e volle constatare di persona la situazione. Un forte odore di zolfo inondò la sua cella. Ancor più allarmato da questo insolito e penetrante odore, Padre Pio si affacciò dalla finestrella per chiamare frà Attanasio, non ottenendo però nessuna risposta dal confratello. Alle sue spalle, si avvide che dalla porta della sua cella era entrato un grosso cane nero che dalla bocca emanava fumo e che parlava con voce umana, dicendo: “E’ lui, è lui”. Padre Pio terrorizzato si gettò riverso sul letto e vide con i suoi occhi l’animale spiccare un salto innaturale sul davanzale della finestra, per poi lanciarsi sul tetto di fronte e sparire.  Durante la sua permanenza a Sant’ Elia a Pianisi, Padre Pio contrasse, durante una delle molteplici escursioni organizzate dai Superiori del convento nei dintorni del paesello molisano, ai fini di una formazione religiosa finalizzata alla conoscenza delle chiese del territorio circostante, la bronco-alveolite all’apice sinistro del polmone. Questa patologia diventerà cronica e lo farà soffrire per tutta la vita. Avvenne durante una passeggiata primaverile all’eremo di Sant’Onofrio, poco prima del paese di Casacalenda, andando in direzione di Sant’Elia a Pianisi. Il dottor Francesco Nardacchione, medico e terziario francescano, decise di portare lo studentato religioso a visitare il “Santuario della Madonna della Difesa”. Furono però sorpresi da un forte temporale e si bagnarono tutti. Ritornarono indietro al convento di Sant’ Onofrio fradici di acqua. Il Padre Isidoro offrì loro pronti aiuti, con asciugamani, biancheria e abiti asciutti, ma Padre Pio contrasse febbri e raffreddore e per venti giorni fu costretto a rimanere a letto presso i frati del convento di Sant’Onofrio. Da allora a Padre Pio venne consigliata vita all’aperto e l’aria natia. A Sant’Elia a Pianisi si verificò anche il miracolo delle ciliegie. Si verificò nel maggio 1907. Nei pressi del paesello molisano, prima di giungere all’ingresso dell’abitato, vi era un vigneto. In esso vi erano piantati degli alberi di ciliegie. Il proprietario del vigneto, notando che i giovani frati guardavano le ciliegie con grande desiderio di mangiarle, li invitò a salire sugli alberi carichi di frutto per assaggiarle. I giovani frati salirono sugli alberi, ma iniziarono anche a danneggiare i rami degli alberi. Padre Pio restò a terra e a sua volta notò che il proprietario entrò in apprensione a causa di ciò. Il Santo si immedesimò nella preoccupazione del  proprietario del vigneto, pensando a che il raccolto non avesse a risentirne per l’anno seguente. Ebbene l’anno successivo, il 1908, quegli alberi già abbondanti di ciliegie, produssero il doppio delle ciliegie dell’anno precedente.  Il 27 gennaio 1907, nel convento di Sant’Elia a Pianisi, Padre Pio emise la professione dei voti solenni, con una sua dichiarazione scritta, depositata e conservata nel registro storico tenuto dai frati nell’archivio conventuale di Sant’Elia a Pianisi. La “Professione dei voti solenni”, altro non è che una dichiarazione mediante la quale il “Professo” diventa religioso a vita, indipendentemente se nel prosieguo del suo cammino religioso diverrà o meno sacerdote.

21) Lei precisava che percorrendo la Strada Statale 17, imboccando una rotatoria, si prosegue in direzione di Riccia, un paese in provincia di Campobasso. Superato questo centro si può raggiungere il paese di Morcone, in provincia di Benevento. Un paese della Campania, dove si trova un altro convento in cui dimorò Padre Pio.

Precisamente. Anche se il paese di Morcone, siamo nella Regione Campania, in provincia di Benevento, può anche essere raggiunto dopo aver superato il capoluogo molisano, Campobasso, imboccando il bivio per Guardaregia ed immettendosi poi sulla strada per Benevento. A Morcone Padre Pio giunse novizio in una fredda giornata invernale. Era il giorno dell’Epifania. Precisamente era il 6 gennaio 1903. Ma non si chiamava Padre Pio. All’epoca era il sedicenne pietrelcinese Francesco Forgione, il quale verso mezzogiorno, bussava alla porta del convento di Morcone. Alla porta di ingresso del piccolo convento del beneventano, gli venne ad aprire frà Camillo Colavita, di Sant Elia a Pianisi. Quel frate, nativo del Molise, che molto influirà su di lui, affascinandolo con la sua barba. Frà Camillo aveva in quel convento la mansione di portinaio. A Francesco, futuro frà Pio, a Morcone, venne assegnata una microscopica celletta che si affacciava su un lungo corridoio. Sulla porticina di questa celletta, la numero 18, assai spoglia e ridotta all’essenziale, vi era un umile quadretto con una massima ripresa dalla Bibbia: “Il poco parlare non porta al peccato.”. Qualche giorno dopo, a Francesco venne assegnata un’altra cella, ancora più disadorna ed austera della prima. Era la cella numero 28, che recava sulla porticina d’ingresso un motto: “Voi siete morti e la vostra vita è nascosta in Cristo.”. Il letto di questa seconda celletta era formato da un’impalcatura di assi in legno e sopra vi era un saccone riempito di foglie di granoturco che fungeva da materasso, e sopra vi era una coperta. Siamo nei conventi francescani di oltre un secolo fa, e per di più un convento dove la vocazione degli aspiranti novizi veniva provata duramente dai padri responsabili delle vocazioni. Vi erano molti digiuni e molte penitenze cui venivano sottoposti i novizi. Ci si doveva astenere dagli inutili discorsi e parlare solo il minimo indispensabile. Bisognava osservare con rigore la “Regola”. E la “Regola” era la mortificazione dei sensi. Mangiando pochissimo, pregando moltissimo, meditando spesso i passi della Bibbia, abituandosi al silenzio, senza quasi mai parlare, se non per scambiarsi i quotidiani convenevoli. Francesco, per quanto avvezzo ai sacrifici, risentì di quella durissima prova al punto che, quando la madre, Giuseppina Di Nunzio, andò a trovare il figlio, notò in lui un certo dimagrimento e un certo mutamento caratteriale. Francesco le appariva molto distaccato e molto cambiato. Il futuro frà Pio visse quel periodo come un combattimento spirituale. Da una parte c’era Gesù, dall’altra gli affetti familiari. Due forze interiori gli laceravano il cuore e lo spirito. Il mondo che attirava con le sue lusinghe e Dio che chiamava Francesco a nuova vita. Fu a Morcone che una voce interiore si fece strada nell’anima di Francesco e lo aiutò a superare questo durissimo periodo di noviziato, una voce che gli diceva: “Santificati e santifica.”. Fu quella voce che diede a Francesco la forza della preghiera, la forza dell’obbedienza e la forza della rinuncia. Nel convento di Morcone si verificò un episodio singolare. Il Padre dei novizi soffriva di una patologia che lo lasciava esanime per un po’ di tempo, cosicché quando si risvegliava, non aveva più alcun ricordo di quanto gli era accaduto. Una sera Francesco bussò alla porta della celletta del diretto Superiore, ma non ne ebbe nessuna risposta. Credette che il religioso non gli rispondesse perché era preda del suo malore. Nel frattempo, si era messo a pregare dietro la porta delle celletta del superiore, pensando che quando quello stato fosse cessato, gli avrebbe aperto. In realtà, il religioso non si trovava nella sua cella. Per cui Francesco rimase a pregare per ore dinanzi alla cella del religioso. Frà Camillo Colavita, uscito casualmente dalla sua celletta, lo vide in ginocchio a pregare e si ricordò di averlo già visto così, quando era entrato nella sua stanzina. Immediatamente si accorse che Francesco stava congelando. Lo prese e lo portò a riscaldarsi al “fuoco comune”, che nei conventi, nei periodi invernali, rimaneva accesso tutta la notte. Il 22 gennaio 1903, in questo convento della Campania, venne celebrata la cerimonia della Vestizione Religiosa. Con essa il novizio abbandonava la vita passata e gli abiti laici, indossando il saio dell’Ordine dei Cappuccini e prendendo un nome diverso da quello del secolo. A Francesco, il suo superiore, cioè Padre Pio da Benevento, gli impose il nome di frà “Pio” da Pietrelcina. Trascorso un anno di noviziato, ad un anno dalla data della Vestizione, il 22 gennaio 1904, venne per frà Pio il tempo di emettere la professione temporanea dei tre voti: di povertà, di castità e di obbedienza. E tre giorni dopo, il 25 gennaio 1904, frà Pio da Pietrelcina e frà Anastasio da Roio giunsero a Sant’Elia a Pianisi per studiare retorica e filosofia, vale a dire l’equivalente delle scuole superiori attuali. Anche a Morcone, particolare non trascurabile, Padre Pio piangeva molto, inzuppando fazzoletti di lacrime. Piangeva per l’Amore che egli portava a Gesù e per i peccati degli uomini verso Dio.

22) Percorrendo ancora la Strada Statale 17, si giunge a Campobasso. Una città che vide la presenza di Padre Pio.

Nell’ottobre1909, Padre Pio, lasciata di nuovo Pietrelcina su disposizione dell’allora Padre Provinciale Benedetto Nardella, massima autorità locale dell’Ordine, si spostò per un mese al Santuario di Santa Maria del Monte a Campobasso. Le sue malferme condizioni di salute furono la causa di questa sua venuta a Campobasso. Si sperava che l’aria salubre del posto, potesse incidere in positivo sulle sue precarie condizioni fisiche. I Superiori erano comunque preoccupati di questo suo stato di salute altalenante. Il Santuario di Santa Maria del Monte è situato su un alto colle che sovrasta la città di Campobasso. Nel 1905, affidato ai frati cappuccini, questo Santuario fu restaurato per quello che le possibilità economiche dell’epoca offrivano. Venne progettato l’allestimento di un piccolo convento. In quello stesso anno gli studenti cappuccini dello studentato di Sant’Elia a Pianisi, fra i quali anche Padre Pio, erano venuti a Campobasso nel mese di maggio per aiutare i frati nelle funzioni liturgiche in onore della Madonna, alla quale i campobassani sono molto devoti. Dopo ben quattro anni Padre Pio veniva a Campobasso per rimettersi in salute. Il convento vero e proprio non c’era ancora. Le celle per i frati erano state ricavate utilizzando spazi di fortuna. Il ricordo di quel passaggio di San Pio a Campobasso fu testimoniato dal dipinto di un arista molisano, che in un certo senso, ne fotografò la sua permanenza. Nel capoluogo molisano Padre Pio ebbe una visione: vide la Madonna che, attorniata da quattro Angeli, si rivolge a lui, con alla sua destra il suo Angelo Custode. Successivamente la Madre di Dio gli indica Suo Figlio, il Cristo che porta la croce sulla via del Calvario. Il dipinto, realizzato nel 1972 dall’artista Amedeo Trivisonno, nativo di Campobasso e che perfezionò il suo talento artistico prima a Roma, dove studiò all’Accademia di Belle Arti e poi a Firenze, raffigura una sedia accanto ad un inginocchiatoio e la stola. La sedia, l’inginocchiatoio e la stola sono gli oggetti che profetizzano quella che sarà la missione ‘corredentiva’ di Padre Pio nel mondo. Saranno i simboli del suo futuro apostolato di confessore. Un apostolato che, in 52 anni, strapperà al maligno milioni di anime. Padre Pio, ai molisani, soleva spesso ripetere: “Perché venite qui da me a San Giovanni Rotondo se a Campobasso avete un santo in carne e ossa?”. Il Santo si riferiva, infatti, al Servo di Dio Frà Immacolato Giuseppe di Gesù. Al secolo Aldo Brienza, nato a Campobasso il 15 agosto 1922, da Emilio Brienza e Lorenza Trivisani. Il 27 giugno 1938, frà Immacolato mentre era in gita con la sua famiglia venne colto da fortissimi dolori ad un piede, come se un chiodo si fosse conficcato nel suo piede trafiggendolo da parte a parte. Quella trafittura simile ad un chiodo sarà l’inizio del suo calvario. Lo vedrà giacere immobile nel letto per 51 anni, sempre pronto a pregare e ad accogliere sorridente chi si recava da lui per chiedergli aiuto, conforto e preghiera. Per questo motivo Padre Pio ricordava ai suoi figli spirituali di Campobasso e dell’intero Molise di recarsi da frà Immacolato Giuseppe di Gesù. Proseguendo dopo Campobasso, si prosegue in direzione Isernia. A Venafro si trova un altro convento del Molise in cui dimorò Padre Pio.     

23) In questo convento Padre Pio ebbe una lunga permanenza?

Dimorò nel convento di Venafro dalla metà di ottobre del 1911 al 7 dicembre dello stesso anno. In questo convento il Santo Cappuccino avrebbe dovuto studiare la “Sacra Eloquenza”. Avrebbe dovuto prepararsi ad uno dei più importanti ministeri apostolici dei cappuccini, che è quello della predicazione. Dico “avrebbe dovuto” perché Padre Pio studiò davvero poco a Venafro per i fatti che qui si verificarono.

24) Cosa accadde a Venafro?

Il Ministro Provinciale, Padre Benedetto Nardella, aveva in precedenza accompagnato Padre Pio dal dottor Antonio Cardarelli, specialista in malattie circolatorie, per una visita specialistica. Al termine della visita il Cardarelli diagnosticò la morte a Padre Pio. Il famoso medico, nominato anche senatore a vita, nonché titolare della cattedra di “Patologia Medica” presso l’Università di Napoli, affermò che Padre Pio aveva ormai i giorni contati. Appresa la terribile notizia, Padre Benedetto Nardella, senza dir nulla al Santo, lo condusse da un fotografo affinché scattasse a Padre Pio alcune foto, da collocare sulla sua tomba nel momento del trapasso. Molti confratelli di San Pio, a Venafro, poterono di fatto constatare, per la prima volta e direttamente con i loro occhi, non solo i segni della santità di Padre Pio ma anche le situazioni mistiche legate a visioni celesti e alle vessazioni del maligno. A Venafro avvennero fatti misteriosi. La salute di Padre Pio peggiorò fino al punto da non poter toccare quasi più cibo e per 21 giorni si nutrì soltanto dell’ostia eucaristica. Fu visto andare in estasi e molti poterono constatare che il mistico frate sperimentava gli assalti del nemico. A Venafro venne accertato per la prima volta che l’espansione ritmica del cuore, cioè i battiti cardiaci di Padre Pio, incredibilmente ed inspiegabilmente, non corrispondevano alla dilatazione delle arterie che determinano i battiti del polso. Lo stesso Padre Pio descrisse con estrema riservatezza e discrezionalità a Padre Agostino, ma solo per obbedienza, in quanto non avrebbe mai parlato a nessuno dei fenomeni soprannaturali che sperimentava, che le estasi a Venafro si ripetevano due o tre volte al giorno. Con gli occhi fissi sul muro della sua cella, il frate parlava con Gesù, con la Madonna e con l’Angelo Custode. Il padre superiore del convento di Venafro, Padre Evangelista insieme a Padre Agostino Daniele, constatarono direttamente questi fenomeni soprannaturali che il Santo sperimentava. Ormai gli assalti del demonio non davano più scampo a Padre Pio. Da quando entrò novizio nel convento di Morcone, il maligno ben conosceva quante anime il Santo di Pietrelcina gli avrebbe strappato e i suoi attacchi iniziarono ad essere sempre più violenti e numerosi nei suoi confronti. Una visione aveva già preannunciato a Padre Pio che avrebbe avuto frequenti combattimenti con il nemico. Lo stesso Santo richiama la visione di Gesù che un giorno gli disse: “Vieni con me, perché devi batterti da valoroso guerriero.”. Padre Pio fu condotto in una spaziosa campagna, tra una moltitudine di uomini divisi in due gruppi. Un gruppo era costituito da uomini luminosi e di rara bellezza, l’altro gruppo era formato da uomini dall’aspetto orrido che indossavano vestiti neri. Un uomo dall’aspetto mostruoso e dall’altezza smisurata andò incontro al Santo e lo invitò a battersi contro di lui. Il Santo spaventato rifiutava di battersi, ma il Signore al suo fianco lo invitò alla lotta: “Fatti animo. Non temere. Battiti ed entra fiducioso nella lotta, perché io ti starò d’appresso, ti aiuterò e non permetterò che egli ti abbatta!”. Padre Pio ebbe fiducia nelle parole del Signore e vinse. Gli fu poi data una corona di rarissima bellezza ma subito gli venne tolta perché gli fu promessa un’altra ancora più bella. Ma avrebbe dovuto continuare a lottare. E Padre Pio continuò a lottare e vinse la corona del Paradiso.

                                                                                   Intervista raccolta da  Giuseppe Maiello

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