ESCLUSIVO. Intervista alla “Dott. C” giovane neolaureata, medico “a gettone” in pronto soccorso. Prima parte

Incontro la dottoressa C in una calda giornata di giugno, mi racconta un po’ delle sue disavventure domestiche, ma subito intravedo in lei una grinta, una energia, una sensibilità e un’empatia assolutamente fuori dal comune.
Le chiedo di intervistarla, dagli “assaggi” del nostro colloquio iniziale intravedo spunti interessanti. Riesco a vincere la sua titubanza assicurandole l’anonimato. Si sa che il rapporto di lavoro “a gettone” è molto fragile. Non potevo lasciarmi scappare una storia che sapevo si sarebbe rivelata molto più interessante del previsto, così in una lunghissima chiacchierata fiume, quasi fosse un flusso di coscienza, mi racconta di sé e del suo lavoro al pronto soccorso di un ospedale di provincia.

Quando ha iniziato a lavorare?

Dottoressa: Da maggio 2022, dopo aver risposto a un bando pubblico

È stata sorpresa della tua selezione al pronto soccorso?

Dottoressa. No, è una pratica che va avanti da anni, amici neolaureati mi hanno suggerito di provare, i posti sarebbero stati certamente più delle domande. Quindi ero praticamente certa di essere presa. Anzi, una mia amica (da poco assunta in pronto soccorso n.d.r.) mi ha detto candidandamente di presentarmi al direttore sanitario per dare la mia disponibilità, pratica comune, ma aumentata dalla crisi dovuta al Covid.

Il fatto di essersi laureata di recente ha costituito un gap? Di solito in un’area così delicata sono preferiti medici con anni di esperienza perché il pronto soccorso è un punto particolarmente caldo, soprattutto per i rapporti con i pazienti…

Dottoressa. Sapevo che sarebbe stata una esperienza impegnativa, mi sarei aspettata un maggiore affiancamento, altri neolaureati vengono “relegati” a gestire codici bianchi e verdi. Io invece per le prime due settimane sono stata formata con un affiancamento degli strutturati (ovvero i medici regolarmente assunti dalle ASL n.d.r.), appena sono stata accreditata nel Sistema Sanitario per lavorare in autonomia sono stata gettata nella fossa dei leoni… (le scappa una risata nervosa). Rimanendo nelle due settimane successive a gestire in autonomia casi di minore gravità, comunque ho ricevuto supporto relativamente a chi era di turno per passare ad altri casi che ritenevo al di sopra delle mie possibilità.

Si sentiva pronta a lavorare in un posto di frontiera?

Dottoressa. Assolutamente no, a distanza di un anno mi sento cresciuta ma non pronta, chi si sente pronto in un pronto soccorso (scusate il gioco di parole mi chiede di informarvi) pecca di superbia. Nell’ultimo anno ho fatto tutti i corsi che potevo, messi a disposizione della ASL per i dipendenti proprio per cercare di colmare le mie lacune, sento tuttora la mancanza di una formazione più completa e pratica, non so ancora in cosa mi specializzerò. Se ripenso soprattutto ai primi tempi mi viene un magone, sono quasi certa di aver fatto degli sbagli, data la mia inesperienza era inevitabile, adesso sto imparando a districarmi fra la medicina difensiva, l’assumermi le mie responsabilità e la rapidità richiesta da un pronto soccorso. Comunque abbiamo delle risorse molto limitate.

Com’è stato all’inizio il rapporto con i colleghi e con i pazienti?

Dottoressa. Con i primi c’è sempre un rapporto strano. Alcuni mi vedono come una risorsa e apprezzano il coraggio di andare a lavorare in un pronto soccorso, ti aiutano e cercano di formare i medici neolaureati nel minore tempo possibile, altri ti vedono come una specie di incompetente che guadagna più di loro, non aiutano in caso di difficoltà, anzi non perdono occasione per far notare mancanze anche a scapito dei pazienti. Questi ultimi forniscono risposte molto varie, si passa dall’entusiasmo nel vedere un medico giovane e volenteroso che si cimenta nel pronto soccorso a chi non si fida di nessuno.

Com’è essere donna giovane in pronto soccorso?

Dottoressa. Ci sono pazienti che non riconoscono il ruolo non fosse altro per il dato anagrafico: per esempio se in sala siamo io ed un infermiere, più anziano, spesso si rivolgono a lui come se fosse il medico ed a me come se fossi l’infermiera (ride confessando un certo divertimento quando la cosa avviene)! Mi sono ritrovata ad essere affiancata da uno specializzando sulla cinquantina, un tirocinante di medicina generale, il quale pur avendo molta più esperienza di me da un punto pratico e legale non era responsabile, eppure quando c’era lui io quella sala non esistevo (ride pensando all’accaduto)! In un paio di occasioni mi sono anche scontrata con lui poiché dava consigli e terapie che non avrebbe potuto dare scavalcandomi totalmente. Ci sono stati anche colleghi che mi hanno ostacolata talvolta in quanto giovane, talvolta in quanto donna, soprattutto battute poco infelici, solo in un caso ho ricevuto delle molestie.

Com’è stare in un ospedale di provincia?

Dottoressa. È meno strutturato, ci sono meno specialisti, meno reparti e di conseguenza minori possibilità di consulenza, bisogna imparare a gestire moltissime cose in pronto soccorso, per esempio nei grandi ospedali le suture (mettere i punti n.d.r.) vengono lasciate ai chirurghi. Io invece metto i punti ai bambini anche sul viso, zona delicatissima per la tenera età del paziente e per i risultati estetici, una responsabilità enorme, sia per ragioni pratiche sia per ragioni estetiche. Abbiamo molte meno risorse, i macchinari sono meno e più vecchi, mancano spazi e il personale per gestire un OBI (osservazione breve intensiva n.d.r.), così non posso trattenere un paziente che ne avrebbe bisogno per osservazione, vi sono quindi due possibilità: ricovero o dimissione. Mi prendo spesso la responsabilità di dimissioni “rischiose” perché non ho altre possibilità e rischio anche cause legali, tanto da avere anche l’assicurazione.

Per concludere questa prima parte, c’è un caso che ti è rimasto particolarmente impresso?

Dottoressa. Le racconterò di un caso positivo ed uno negativo. Il primo riguarda una turista inglese proveniente da una crociera, si era tagliata il labbro inciampando nel vestito, nessuno l’aveva assistita a bordo, io ero quasi alla fine del turno ed ero l’unica a parlare inglese, temeva che le rimanesse la cicatrice ci teneva molto al suo aspetto. Le metto i punti e dopo un paio di mesi mi arriva una lettera in ospedale da parte di quella stessa signora, lei non lo sapeva ma erano i primi punti sul labbro che incoscientemente mettevo.
Mi ricordo in negativo di questa signora che arrivò in pronto soccorso accompagnata dal figlio per un blocco urinario, il marito era deceduto il giorno prima, le metto un catetere e le faccio una ecografia per vedere la condizione dei reni, purtroppo esce una massa di non determinata natura, la faccio approfondire con una TAC e purtroppo era un brutto tumore. Comunicarle la notizia è stato terribile, il suo desiderio più che approfondire il suo male era quello di poter tornare a casa per organizzare il funerale del marito.

Lascio casa della “dottoressa”, d’altronde siamo riusciti a fare soltanto la prima parte di questa intervista, sono certo che avrà ancora moltissime cose da raccontare e d’altronde non vedo l’ora di farle molte altre domande, una certezza però m’assale quello di aver trovato non solo una persona straordinaria ma anche un medico bravo e scrupoloso.

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Stefano Scoppio

Stefano Scoppio

Fervente appassionato del periodo più sfigato della letteratura italiana (gli anni '90), pieno di passioni multiformi e contraddittorie. Scrivo per il mio diletto e nella speranza di suscitare una riflessione