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Dove il tempo si ferma e le radici parlano: l’incanto inatteso di Serramezzana

Esistono mappe invisibili che non si tracciano con i satelliti, ma con il filo sottile del destino. È così che sono arrivato a Serramezzana, quasi per caso, seguendo una di quelle deviazioni improvvise che finiscono per cambiare il modo di guardare le cose. Con me c’erano Raffaele Bruno, mio parente arrivato da Fornelli, e Antonio Lembo, da Ortodonico: tre viaggiatori approdati in un microcosmo unico del Cilento, dove strade ben asfaltate e moderne colonnine di ricarica per auto elettriche convivono in perfetta armonia con la tranquillità, la memoria e un’architettura d’altri tempi.

Serramezzana ti accoglie così: con una tranquillità densa, quasi palpabile, e un’ospitalità che ha il sapore di un tempo ritrovato. In un’epoca in cui la gentilezza sembra essere diventata merce rara, a noi è accaduto qualcosa di straordinario proprio nella sua semplicità: il sindaco, Augusto Materazzi, vedendoci arrivare come tre perfetti sconosciuti, si è seduto accanto a noi. Non c’era la formalità delle istituzioni, ma soltanto il piacere antico del racconto, dello scambio e dell’accoglienza autentica.

Stimolato dalle sue parole, ho deciso di immergermi nel cuore del borgo. Ed è lì che la coincidenza si è fatta magia: lungo il cammino ho incontrato Gerardo Magna, un lontano parente che, trasformandosi in un perfetto Cicerone, mi ha preso per mano e mi ha fatto da guida d’eccezione.

Tra le tappe più affascinanti, Gerardo mi ha condotto alla scoperta delle eleganti sale del Palazzo dei Baroni Materazzi, custode di secoli di storia e di un antico fascino nobiliare. Come se non bastasse, il borgo continuava a riservare sorprese: durante il nostro giro c’è stato persino il tempo per un incontro speciale e stimolante con il celebre regista e scrittore Ruggero Cappuccio, a testimonianza di come questo luogo sappia essere, al tempo stesso, rifugio della memoria e vivace crocevia culturale.

Ma il viaggio a Serramezzana, in realtà, era soprattutto un appuntamento con la storia al quale non potevo mancare: tornare nel paese della mia bisnonna Teresa.

Qui la memoria si fa carne e poesia d’amore. Pensare al mio bisnonno, Angelo Rossi, significa immaginare un uomo che aveva respirato il mondo, di ritorno da un’Argentina lontana e sconfinata. Quando rientrò in paese, Angelo portava con sé lo sguardo libero di chi aveva attraversato gli oceani, pronto a spingersi oltre i rigidi schemi dell’epoca.

Durante una cerimonia in chiesa compì un gesto di un’audacia disarmante: invece di adeguarsi alle distanze imposte dalle convenzioni del tempo, andò a sedersi proprio lì, accanto a Teresa.

Da quel gesto rivoluzionario, compiuto nel silenzio reverenziale della navata, sotto gli sguardi della comunità e di alcuni cugini di Teresa — figure illustri della famiglia, come Rodolfo, stimato ingegnere americano, e Costabile, storico preside ad Agropoli — nacque la scintilla da cui, generazioni dopo, discendo io.

Camminare oggi per Serramezzana non ha significato soltanto scoprire un borgo all’avanguardia e accogliente. È stato ricucire un filo con il passato, ascoltare l’eco dei passi di Angelo e Teresa e comprendere che, a volte, ci si perde lungo le strade del mondo solo per ritrovare, intatta, l’origine del proprio cammino.

Giorgio Mellucci