Pubblicità

Da Cosentini Cilento al cuore di San Gennaro a Napoli: l’olio della fede che unisce due mondi

di Giorgio Mellucci

Ci sono giorni in cui la storia, la fede e i fili della memoria familiare si intrecciano con una precisione quasi divina, regalandoci l’intima sensazione di essere esattamente nel luogo in cui dovremmo essere. Il 18 settembre è stato uno di quei giorni.

La Diocesi di Vallo della Lucania, guidata dal Vescovo S.E. Mons. Vincenzo Calvosa, è salita a Napoli per compiere un gesto antico e carico di grazia: offrire l’olio, frutto della Cooperativa Agricola di San Mauro Cilento, destinato ad alimentare la lampada votiva che arde dinanzi alle reliquie di San Gennaro.

Un pellegrinaggio corale, partito dalla prima tappa solenne presso la Basilica di San Giorgio Maggiore e giunto poi nel cuore del Duomo, accompagnato da sacerdoti, sindaci, confraternite e migliaia di fedeli. Un cammino di fede capace di unire comunità, territori e storie diverse sotto il segno di una devozione profondamente radicata nel cuore della nostra gente.

Per me, però, la scintilla era scoccata qualche giorno prima. Una telefonata del Priore Pasquale Chiariello, della Confraternita del SS. Rosario di Socia Cosentini, sodalizio la cui memoria affonda le proprie radici ben prima del 1576, è bastata a risvegliare un richiamo antico: quello delle origini e della memoria familiare.

Il mio bisnonno era di Cosentini. Quella terra, pur lontana nel tempo, continua a vivere dentro di me, anche mentre la mia quotidianità si svolge a Napoli. Sono un insegnante e, forse proprio per questo, avverto in modo particolare il valore della memoria, delle radici e della trasmissione di quei valori che, passando di generazione in generazione, contribuiscono a costruire l’identità di una persona e di una comunità.

Così, insieme all’amico e confratello Arch. Roberto Brancaccio, abbiamo lasciato alle spalle le alture del Vomero per scendere nel cuore della città antica e ritrovare, quasi in un abbraccio familiare, la comunità cilentana.

Tra la maestosità della Cattedrale e la sacralità dell’attesa, il tempo ha assunto il ritmo degli incontri sinceri, delle strette di mano e dei ricordi condivisi. Ho avuto il piacere di scambiare qualche parola con il parroco cilentano, don Giovanni Cairone; di riabbracciare con particolare affetto don Pasquale Gargione di Perdifumo; e il privilegio di immortalare quel momento in una fotografia insieme al Vescovo Ausiliare di Napoli, S.E. Mons. Gaetano Castello.

È stato altrettanto bello ritrovare le figure istituzionali del nostro territorio: il Sindaco di Serramezzana, Augusto Materazzi, il Vice Sindaco di Montecorice, Ciro Cozzolino, e tanti altri amministratori giunti a rappresentare le comunità e le istituzioni locali.

A rendere ancora più intensa ed emozionante l’atmosfera è stata la forte presenza del mondo confraternale e cavalleresco. Accanto a noi della Confraternita del SS. Rosario di Socia Cosentini, erano presenti la Confraternita di Fornelli e la Confraternita di Agnone, insieme a rappresentanti dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Presenze diverse, ma accomunate da una profonda tradizione di fede e di devozione, testimonianza di una religiosità capace ancora oggi di unire comunità e territori attraverso la memoria, il senso di appartenenza e la comune ricerca di ciò che ci rende più profondamente umani.

Ma il momento più inatteso e, per me, più emozionante — quella sorta di prodigio silenzioso che soltanto la fede sa deporre sulle cose — si è compiuto subito dopo la benedizione finale.

Tra la folla, l’Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Mimmo Battaglia, si è avvicinato a noi con una naturalezza disarmante. Una stretta di mano vigorosa, uno sguardo sincero, un gesto di vicinanza e, infine, una fotografia insieme hanno fissato per sempre la gioia semplice e autentica di quell’istante.

Nella vita si può credere, si può dubitare, oppure rimanere sospesi tra fede e ragione. Ma esistono esperienze che vanno oltre i confini della dottrina e raggiungono una dimensione più profonda, quella in cui la fede diventa memoria, appartenenza, identità e sentimento.

E oggi, 19 settembre, giorno della festa di San Gennaro, a questa storia si è aggiunto un altro segno che, per chi crede, assume un significato ancora più profondo: il sangue di San Gennaro si è sciolto.

Quasi come se quel filo invisibile, evocato il giorno precedente tra l’olio della lampada e le nostre radici cilentane, avesse trovato oggi una nuova conferma nel cuore della città. L’olio, il sangue, la luce: simboli diversi che, nella sensibilità della fede, parlano di una stessa storia, quella di una devozione che attraversa i secoli e continua a tenere insieme persone, comunità e generazioni.

Ritrovare le proprie radici, scendere dalle pendici del Vomero per incontrare e abbracciare il popolo della terra del proprio bisnonno, Angelo Rossi, e sentire che tra il Cilento e la capitale partenopea, un tempo cuore del Regno delle Due Sicilie, scorre un legame antico, fatto di devozione, affetto e bellezza: questo è stato, per me, il dono più prezioso che queste giornate ci hanno consegnato.

Un filo invisibile che unisce due mondi, due luoghi e molte generazioni.

Un filo che, come l’olio della lampada di San Gennaro, continua ad ardere.

E oggi, nel giorno in cui il sangue del Santo si è sciolto, quel filo sembra essersi fatto ancora più luminoso.