La Duse, il mito di un’epoca e oltre

Pierfranco Bruni 

Eleonora Duse è il mito di un secolo di teatro che recupera la tradizione e la innova nei modelli che saranno poi quelli cinematografici dei primi decenni del Novecento. 

Infatti con lei il cinema si approprierà del retroscena che diventa scema per mostrarsi come ribalta. 

Con il film che la Divina porta sulla scena, ovvero “Cenere” di Grazia Deledda, entra nel cinema muto e in bianco e nero la gestualità che la corporeità fisicità definisce nei movimenti. 

Gli occhi e lo sguardo. Il passo e le mani. La posa e le mani. Elementi che creano gli effetti. Pirandello e il suo d’Annunzio studiavano il “Si gira…” e lei gira il suo dramma di madre tragica con un figlio morto tra le braccia. 

È la rivoluzione delle arti nella complessità. La sua formazione autodidatta è esperienza oltre le righe. Aveva portato in scena prima dell’incontro con D’Annunzio Hugo, Ibsen e, successivamente, il mondo russo. 

Con il Vate cambia registro e il personaggio diventa la metafora di un io drammaticamente narrante. Si pensi a “Francesca da Rimini” del 1901. 

Un tempo il teatro era la vita. Così fu per la Divina. Bisogna tenere in giusta considerazione la donna Eleonora per comprendere fino in fondo il resto, perché fu divina e non attrice soltanto. 

In “Undulna”, libro edito da Solfanelli, e composto da contributi notevoli, tutto questo è ben marcato. 

Il racconto degli amori è essenziale, ma è la incarnazione dei personaggi che diventa mescolanza di vita e teatro. 

Recitare è uscire da sé stessi. Lei non esce mai da quel se stesso. Si pensi a uno dei primi testi “La Gioconda” rappresentata per la prima volta a Palermo. 

Un entrare nel mondo dei personaggi rivoluzionandoli con l’essere lei personaggio e donna sulla scena. Non una metafora questa volta. 

Una vera e propria metamorfosi tra l’onirico, il tragico e la seduzione. Sedursi per Eleonora ha significato essere ciò che porta sulla scena, ovvero ciò che interpreta. 

Quante vite è stata e quante vite ha vissuto? Il teatro post melodrammatico è in lei. Il teatro che crea e non rappresenta. Lei creatrice o ricreatrice. L’arte di essere sempre se stessa intrecciando vite e racconti. Mai confondendo. 

Gabriele conosceva la forza mimetica di quest’arte e la utilizza per comporre le sue opere per lei. Una contemplazione del pensiero che si traduce in rivelazione di un’arte tutta nuova e fuori dai canoni pre raffigurati. Siamo al centro di quel teatro post illuminista e, chiaramente, post goldoniano. Più che un fare si tratta di un essere tra l’estetica, la simbologia e la metafisica. 

Eleonora aveva qualcosa di filosofico perché la meditazione era scena, la contemplazione gestualità, il tempo sguardo, sguardo profondo e proiettante e profetico. In questi dettagli il teatro è vissuto. Una stanza abitazione sul davanzale della rappresentazione come atto esistenziale. 

Carpire il significato significa anche dare un senso al significante del silenzio più che della parola. Non aveva la parola come voce, ma il linguaggio si dettava come linguaggi. 

Certo, la comparazione con Marta Abba e con Sara Bernardh potrebbe essere importante in quel contesto. Eleonora però è altro. È la letteratura del senso nel senso del tragico. Un gioco a incastro che ha caratterizzato la donna del pineto amata da Gabriele. È come se la leggenda fosse più importante della storia stessa.

Il teatro di Eleonora non è, dunque, un’epoca soltanto. Si lascia alle spalle Arrigo Boito,  che non fu neppure il primo amore, con il suo melodramma che non accettava la poesia in teatro, e si definisce, anche grazie a Matilde Serao, l’intraprendente musa dannunziana che entra nel mito. In fondo con Gabriele la grecità diventa non ambiente, bensì personaggio. 

È su e con questo che con Eleonora inizia il divino simbolico che porta sulla scena quella griglia di archetipi che la renderanno immortale.

cs

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